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Welfare e politica. Il lavoro al centro (a parole)

Quando si parla di welfare non si fa che parlare di aumento delle tasse. Ma bisognerebbe invece concentrarsi sul lavoro e sulla crescita. Due fattori che vedono nell’aumento delle tasse il loro ostacolo principale

di Daniele Manca

Siamo entrati nell’era delle carriere discontinue. È l’effetto più dirompente creato da rivoluzione tecnologica, mancata crescita, concorrenza estrema tra aziende e Paesi. Questo produce una generale sensazione di incertezza tra quanti hanno un lavoro e tra chi invece ancora non ha un’occupazione, o ce l’ha ma frammentata nel tempo, segnatamente i giovani. Una situazione che sta minando la demografia perché rende più difficile la scelta di fare figli, di mettere su famiglia. Mina le scelte individuali e di investimento sul lavoro momentaneamente ottenuto a causa della precarietà e quindi, a cascata, mina la competitività delle aziende. E mette in discussione non solo i conti del welfare ma la composizione della spesa e cioè a chi e come dare assistenza in caso di difficoltà. La reazione alla quale si sta assistendo da parte di classe politica e dirigente è quella tradizionale. Individuare chi va assistito, sia esso giovane, disoccupato o in condizioni di povertà. E farne discendere le scelte. Atteggiamento comprensibile. In una fase di incertezza così accentuata la comunità pubblica, la politica, governo e opposizione, è doveroso si occupino di accompagnare le persone nei loro momenti difficili.

Ma c’è un rischio che si sta correndo in maniera evidente in queste settimane e che è presente nel dibattito degli ultimi anni. Quello di occuparsi, concentrarsi esclusivamente sul welfare. Il punto di caduta, quando si discute di welfare, è sempre lo stesso: la fiscalità generale. Fiscalità generale significa parlare delle entrate dello Stato. E cioè delle tasse. Se si aggiungono nuovi costi è necessario aumentare le entrate, quindi le imposte. L’altra strada è una ricomposizione della spesa. Processo lungo, possibile ma molto impegnativo politicamente perché si deve togliere a qualcuno per dare ad altri. Se poi si aggiunge il fatto che la maggior parte della spesa pubblica sono le pensioni, visto il dibattito in corso che tende semmai ad aumentare e non diminuire la spesa pensionistica (oltre che le sentenze della Corte costituzionale), il tema previdenza è intoccabile. Ma si pensi anche alla Sanità o all’Università. Con i tetti alle tasse, ticket sanitari, di fatto si permette a famiglie molto facoltose, e che pure potrebbero spendere di più, di pagare quanto nuclei meno abbienti. Il difficile è definire chi è, e quanto, meno abbiente. Farlo poi nell’imminenza di una campagna elettorale diventa ancora più complesso per la politica.

La scorciatoia è pronta: aumentare le tasse. Che è la spia del vero inganno argomentativo che sta nella volontà della politica tutta di venire incontro ai più deboli. La passione con la quale ci dedichiamo a redistribuire la torta è in misura superiore ed elevatissima rispetto a quella che dedichiamo ad allargare la torta. E cioè è molto più semplice per la politica, e questo vale per qualsiasi partito o movimento, occuparsi di welfare piuttosto che di quello che è il vero tema: il lavoro, la crescita. Due fattori che vedono nell’aumento delle tasse il loro ostacolo principale. Con ricorrente puntualità l’istituto di statistica nazionale ci ricorda che la disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni, sebbene in leggera discesa, è al 37%. Fatta la premessa che si tratta di un abbaglio statistico perché quei numeri contengono anche gli studenti-lavoratori e gli studenti-disoccupati, è innegabile che si tratti di percentuali che dovrebbero tenere «occupati» a tempo pieno amministratori e politici.

Ma di politiche attive del lavoro non si sente parlare. Di fare in modo che si incontrino domanda e offerta men che meno, quando è noto che all’industria italiana mancano decine di migliaia di figure professionali. E l’occupazione femminile? Di fronte alla questione giovani è sembrata andare in secondo piano ma un accesso maggiore delle donne al circuito dell’economia è esso stesso motore di lavoro e sviluppo. Maurizio Ferrera ha ricordato lo scorso 16 giugno, sul «Corriere della Sera», quale sia il nodo fondamentale in tempi di lavoro fluido: la occupabilità delle persone. E delineava alcune buone pratiche già attive in altre nazioni soprattutto del Nord Europa. Misure per fare in modo che i giovani, ma anche qualsiasi lavoratore, potesse disporre della capacità di inserirsi in nuovi contesti occupazionali strutturalmente mutevoli. Come pure della necessità di trovare forme di finanziamento del welfare non legate solo alla fiscalità generale, alle tasse.

Ma tutto questo richiederebbe una classe politica meno attenta al consenso e più alle sorti e al governo del Paese. Quella del genere che portò nel 2005 la Germania ad avviare riforme che ancora oggi ne garantiscono occupazione e competitività. Richiederebbe che assieme al facile quanto doveroso compito di redistribuire risorse (peraltro molto scarse), si pensasse molto di più a crescita, sviluppo e lavoro. Chissà se ci riusciremo.

dal Corriere della Sera del 20.07.2017

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