News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

Verso il 2014. Eurozona a rischio crisi sociale senza crescita

di Alberto Quadrio Curzio

Avvicinandosi la fine dell’anno ed in vista del 2014 si pongono almeno due quesiti sull’Europa. Il primo è se il 2013 sia stato l’anno di svolta verso la ripresa. Il secondo è sulla natura della crisi europea e sulle sue conseguenze.Cioè se dalla crisi dei debiti sovrani e da quella economica si sia giunti ad una crisi sociale ben più dannosa e pericolosa.Sono temi che riprendiamo concentrandoci sull’eurozona che è il motore della Ue stessa (Inghilterra a parte).

È noto che nel corso della crisi la Germania s’è attirata molte antipatie per aver imposto una sua linea di rigore fiscale che ha aggravato la crisi economica sfociata poi in quella sociale. La Germania ha sempre controargomentato che solo così si poteva salvare l’euro e l’eurozona che a nostro avviso sono state piuttosto salvate dalla Bce di Mario Draghi. Si è trattato di un salvataggio necessario che non è e non può essere considerato sufficiente (il che non compete alla Bce) perché solo con la ripresa della crescita l’eurozona (e la Ue) uscirà definitivamente dalla zona a rischio. Per capirlo bastano pochi dati sugli effetti del rigore fiscale (senza ricorrere al ricalcolo del Fmi sui moltiplicatori al ribasso) nella crisi.

Nel 2013 non c’è stata la «svolta». L’uscita dalla recessione della Uem è confermata nel terzo trimestre con una crescita del Pil dello 0,1%, che segue a quella dello 0,3% del secondo trimestre e con una previsione di crescita intorno allo 0,2% per il quarto trimestre.

Su base annua, il Pil calerà dello 0,4% con la disoccupazione che sale dall’11,3% al 12% con i disoccupati che aumentano di 1,2 milioni.Se siamo fuori dalla recessione non siamo certo fuori dalla crisi.Perchè la ripresa sarà molto lenta ed incerta e non solo per la previsione di una crescita del Pil solo all’1,1% nel 2014. Infatti in troppi Paesi i danni alla base produttiva (fatta di imprese e persone) sono gravi e la sua ricostruzione senza una spinta agli investimenti sarà molto difficile.

Ben diversa è la situazione degli Usa.

Ha suscitato grande impressione una crescita nel terzo trimestre sul secondo superiore all’1% (che tuttavia non va esagerato con estrapolazioni annualizzate ad un tasso di crescita del 4,1per cento!). Il 2013 chiuderà con un aumento del Pil intorno all’1,8% malgrado il blocco dei servizi pubblici in ottobre in connessione alla non approvazione della legge di bilancio. La tonicità dell’economia Usa si rileva da vari indicatori tra cui gli investimenti residenziali e l’accumulo di scorte e con il tasso di disoccupazione che scende.

Scelte «aggressive» e scelte «difensive». Queste differenze sono in gran parte spiegate dalle ben note diverse politiche durante la crisi. Gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di finanza pubblica (deficit e debito) e di interventi della banca centrale che sono state considerate «rischiose ed aggressive» ma rese possibili per la sua natura di super-potenza con meccanismi decisionali forti e rapidi e con una valuta cardine dell’economia (compresa quella delle materie prime) e della finanza mondiale. La Uem sarebbe stata invece «virtuosa e difensiva» anche se la Bce ha forzato un po’ i dogmi dell’ortodossia germanica.La scelta europea, sostengono taluni, non aveva alternative a causa della crisi dei debiti sovrani e della debolezza strutturale di vari Paesi da un lato e della complessità dei meccanismi decisionali europei dall’altro.

Non bastano però queste valutazioni semplificate per consentire alla Uem di rallegrarsi per un deficit sul Pil al 3% ed un debito su Pil al 95,6% mentre gli Usa sono rispettivamente al 5,8% ed al 106% ma con tassi di crescita del Pil molto più alti.

La natura della crisi europea. La realtà è che la Uem (e la Ue) ha scelto delle politiche tanto difensive quanto pericolose. Bastano infatti pochi dati per constatare che la crisi della eurozona è andata oltre l’economia diventando sociale ed avviandosi a diventare istituzionale. Dal punto di vista economico si consideri la crescita del Pil sui 10 anni 2006-2015 che hanno tre componenti: due anni pre-crisi; sei anni di crisi; due anni post crisi (previsioni). Dati elementari ma non perciò meno eloquenti rivelano che nei 10 anni il Pil della Uem è cresciuto di 7,4 punti percentuali di fronte ai quasi 16 degli Usa. Poichè nei due anni pre-crisi la Uem cresceva più degli Usa, gran parte di questo vantaggio gli Usa l’hanno accumulato proprio durante i sei anni di crisi nei quali sono cresciuti di quasi sei punti percentuali mentre la Uem è calata di 1,7. Il divario si accentuerà (stando alle previsioni) nel biennio post-crisi con gli Usa cresceranno quasi al 3% annuo mentre la Uem stenterà ad arrivare all’1,5 per cento.

La conseguente crisi sociale della Uem è ben più preoccupante con una disoccupazione che arriva al 12 % (gli Usa sono al 7,5%) e che dai 16 milioni del 2012 potrebbe arrivare ai 18,7 del 2015. Dal 2006 al 2015 la disoccupazione della Uem è aumenta di 6 milioni con una continua crescita fino al 2014. Sono dati allarmanti la cui valutazione si aggravava considerando che la disoccupazione tra 20 e 29 anni nel 2012 aveva già raggiunto i 6 milioni. Che diventano 7,4 milioni aggiungendo la classe d’età 15-19 anni.

In conclusione. È evidente la gravità della crisi socio-economica europea che porta con se anche rischi di una deriva anti-europeista nelle prossime elezioni con possibili conseguenze istituzionali. Non sono necessari quindi altri confronti con gli Usa (la cui disoccupazione è in calo dal 2011) per dimostrarlo anche perché i due sistemi di protezioni sociali sono molto diversi. È necessario ed urgente, invece, che l’Europa riprenda subito gli obiettivi dei suoi Trattati per una crescita sostenibile che valorizzi appieno l’economia reale e le risorse umane.Temi sui quali varrà la pena di ritornare per il 2014.

da Il Sole 24 Ore del 27.12.2013

© 2013 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473