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Una ordinata ripresa in vista

di Francesco Daveri

Dopo tante false partenze i dati sugli ordini industriali segnalano l’arrivo della ripresa autunnale, soprattutto per le imprese che vendono all’estero. Ma rischia di essere una ripresa senza lavoro se non ritorna il credito e se, invece di riduzioni estemporanee di Imu e Iva, non si tagliano le imposte sul lavoro.

LA RIPRESA PARTE DAGLI ORDINI INDUSTRIALI

Dopo tante false partenze, dopo tante “luci alla fine del tunnel” intraviste dal politico di turno, ora pare che la sospirata e necessaria ripresa arrivi davvero. E i germogli di ripresa sembrano meno fragili di quelli che si potevano intravedere più o meno un anno fa tanto che la fiducia delle imprese manifatturiere è ai massimi dal marzo 2012.  Sulla previsione stavolta, pur tra molti distinguo, ci ha messo la faccia – e il prestigio dell’istituzione che presiede – il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco che, a margine dell’incontro dei ministri economici e dei governatori nell’ambito del G20 di Mosca, ha parlato di ritorno ad un segno positivo nella crescita del Pil per il quarto trimestre 2013. Per il Governatore, la ripresa arriva in ottobre, hanno titolato i giornali.

In questa occasione, la Banca d’Italia ha a sua disposizione un’evidenza ben più solida rispetto a chi in precedenza si era cimentato nell’impresa di prevedere una ripresa che sembra non arrivare mai. Si tratta dei dati Istat sugli ordinativi industriali.

Malgrado l’industria pesi oramai solo per il 24 per cento del Pil complessivo dell’Italia, gli ordinativi industriali continuano ad essere uno degli indicatori anticipatori più affidabili di ciò che succederà al Pil nel semestre successivo. E l’indice relativo ai dati sugli ordini totali delle imprese industriali si è messo a produrre buone notizie in modo finalmente non episodico. Il dato destagionalizzato dell’indice è cresciuto nel maggio 2013 per il terzo mese consecutivo, con un guadagno cumulato del 5,9 per cento rispetto al minimo del febbraio 2013. Il livello degli ordini rimane pur sempre di 10 punti al di sotto rispetto al livello del maggio 2011 (più o meno il punto di massimo prima dell’attuale recessione). Se gli ordini sono ripartiti in marzo, la ripresa del Pil dovrebbe arrivare circa sei mesi dopo, su per giù in settembre. Indicazioni molto simili provengono anche dall’andamento del super-indice Ocse che è costruito su un insieme più ampio di indicatori, compresi due relativi agli ordini industriali. Tutti gli indicatori anticipatori dicono che la ripresa è in arrivo. Coerentemente con l’evoluzione positiva degli indici anticipatori relativi alla prima metà dell’anno, gli indicatori di fiducia delle famiglie e soprattutto delle imprese manifatturiere mostrano evidenti segni di miglioramento delle aspettative, ingrediente fondamentale della ripresa degli investimenti e dei consumi.

CHE TIPO DI RIPRESA CI ASPETTA

Dopo cinque anni di crisi, che ci sia una ripresa è solo una mezza buona notizia. L’altra faccia della medaglia riguarda la qualità della ripresa che ci aspetta. E qui le notizie che arrivano dai dati sugli ordinativi sono purtroppo simili al passato: se sarà ripresa, sarà una ripresa come quella del 2010, una ripresa che divide in due le imprese italiane, tra il gruppo di quelle che vendono all’estero e quelle che lavorano sull’interno. Gli ordini esteri sono infatti già ora ritornati al di sopra dei livelli di maggio 2011. Anzi, come si vede nel grafico si avviano a raggiungere il livello record pre-crisi del febbraio 2008. Il discorso è diverso per gli ordini nazionali che sono significativamente in crescita (come anche confermato dai dati sulle vendite al dettaglio di maggio) ma risultano inferiori del 15 per cento rispetto alla metà del 2011 e addirittura del 35 per cento rispetto ai valori pre-crisi. I dati strabici su ordini esteri e nazionali hanno un significato: vogliono dire che probabilmente le aziende italiane attive sui mercati globali si sono già abituate al nuovo regime di non crescita o crescita lenta dell’Europa e di crescita rallentata nei paesi emergenti, riorientando i loro sforzi verso i mercati che continuano a crescere: Russia, Est Europa, Medio Oriente, nord Africa e, prima di tutto, Stati Uniti che – spinti dal calo della disoccupazione e dalla ripresa del mercato immobiliare – hanno ripreso ad essere a pieno titolo la locomotiva che traina l’economia mondiale. Nella stesa direzione peraltro si stanno muovendo le aziende tedesche. Ma vuol dire anche che i progressi sul mercato del lavoro derivanti dalla crescita saranno lenti ad arrivare, perché le aziende globali hanno sempre più bisogno di delocalizzare segmenti di produzione e fornitori e quindi finiscono per creare meno occupazione a casa.

I dati sugli ordini ci rappresentano in definitiva il rischio di una jobless growth: una ripresa che rischia di creare pochi posti di lavoro e, tra l’altro, solo nel 2014 dato che l’occupazione risponde con un ritardo di circa sei mesi al miglioramento dei fatturati. Per evitare che la fine della recessione economica sia seguita dalla continuazione della recessione sociale già oggi in corso urge un po’ di mano visibile dello Statoche – come ha finalmente cominciato a fare – saldi in fretta una buona parte dei debiti della pubblica amministrazione, riporti il credito alle aziende offrendo garanzie sui prestiti bancari deteriorati e indichi un percorso di riduzione delle regole e del peso fiscale sul lavoro. Se possibile, senza disperdere energie e risorse fiscali in riduzioni estemporanee di imposta su Imu e Iva.

 da La Voce.Info del 24/07/2013

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