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Trattativa con la UE. La crescita non si fa a parole

Economia. Bisogna puntare su imprese grandi e ambiziose per una ripresa degli investimenti, che è possibile solo con un mercato del lavoro flessibile e la meritocrazia negli aiuti

Dobbiamo convincere Bruxelles che facciamo sul serio

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Come sempre più spesso accade, il governo, preparandosi a varare la legge di Stabilità, ha avviato una sterile discussione con l’Unione Europea sui decimali del rapporto fra il deficit e il Prodotto interno lordo (Pil). Il problema, lo ricordiamo ancora una volta, non sta nel numeratore, il deficit, che oggi in Italia non è particolarmente alto, ma nel denominatore, cioè il reddito che non cresce. In altre parole, il problema non è il deficit (cioè spese meno tasse) ma il livello della pressione fiscale che strozza la crescita. Con l’Ue dobbiamo parlare prima del denominatore (la crescita) e poi del rapporto tra deficit e Pil. Invece si fa sempre il contrario: si impiegano settimane a discutere dei decimali del numeratore (il deficit) e poi, esausti, nulla si fa per il denominatore, cioè la crescita. L’obiettivo di quest’anno dovrebbe essere quello di ribaltare l’ordine della discussione. Per farlo dobbiamo conquistarci la fiducia della Ue, cioè convincere che siamo seri sulla crescita. Non bastano le parole, ci vogliono fatti.

Che l’Italia abbia bisogno di una terapia per lo sviluppo non è certo una novità. Ma lo sviluppo non si stimola con più spesa pubblica o con interventi diretti dello Stato nell’attività economica, bensì con politiche che agiscano sull’offerta e sulla domanda privata. Il primo punto oggi sono gli investimenti. Anno dopo anno, per sette lunghi anni, fra il 2008 e il 2014, gli investimenti in Italia sono caduti: oggi sono del 30 per cento inferiori al livello del 2007. Per una ripresa degli investimenti servono imprese nuove e imprese relativamente grandi. Aziende piccole, incapaci di crescere, è improbabile che investano. Nella sua Intervista sul Capitalismo italiano Guido Carli, governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975, e in seguito presidente di Confindustria e ministro del Tesoro, scriveva (era il 1977): «Tranne in un breve periodo alla fine degli anni Cinquanta, in Italia raramente si sono realizzate le condizioni favorevoli per la nascita di nuove imprese e per la loro successiva crescita», quindi per contrastare il «nanismo» della nostra struttura produttiva.

Secondo uno studio di Prometeia le imprese italiane di dimensioni medie (50-250 addetti) e grandi (oltre 250 addetti) sono addirittura un po’ più produttive delle analoghe imprese francesi e tedesche. Il problema sono le piccole (quelle con meno di 10 addetti) la cui produttività è la metà delle analoghe imprese francesi e di un terzo più bassa delle tedesche. Il guaio è che in Italia quasi la metà di tutti gli occupati lavora in imprese con meno di 10 addetti: solo il 20 per cento in imprese con più di 250 addetti. Gli analoghi numeri per la Germania sono, rispettivamente, 18 e 40 per cento. Così tante imprese piccole, e spesso poco efficienti, non possono assicurare il flusso di investimenti necessario per una ripresa della crescita. Quali siano le condizioni affinché imprese nascano e poi crescano è noto: un mercato del lavoro flessibile, meno regole per aprire nuove attività, mercati finanziari efficienti e ben sorvegliati, istituzioni che aiutino gli imprenditori veri e non quelli assistiti o dei «salotti buoni», una giustizia veloce e affidabile, protezione contro infiltrazioni criminali e mafiose e infine un livello di tassazione ragionevole.

Sono trascorsi quarant’anni dall’analisi di Guido Carli, ma la situazione è cambiata troppo poco. Con due eccezioni: il Jobs act del governo Renzi, la prima vera riforma del mercato del lavoro dopo la legge 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei lavoratori, e la riforma del sistema pensionistico, avviata ventidue anni fa dal governo Dini e ultimata dal governo Monti con misure che lo hanno reso più sostenibile, riducendo la pressione fiscale futura in una società che invecchia. In entrambi i campi, lavoro e pensioni, altri Paesi europei sono molto piu indietro di noi. C’è molto da fare su concorrenza e pressione fiscale, i due pilastri per la crescita. Sul primo punto basta leggere le relazioni annuali dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato per rendersi conto di quanto ampie restino le posizioni di rendita, da molte professioni ad attività come le farmacie o il trasporto e vari servizi pubblici locali. Un anno e mezzo fa il governo inviò al Parlamento un buon disegno di legge sulla concorrenza. Le Camere si sono messe d’impegno a svuotarlo ma ciononostante quel poco che è sopravvissuto giace ancora in Parlamento.

Il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, disse, il giorno in cui si insediò: «Dobbiamo andare veloci». Era il 10 maggio. Due settimane fa il Parlamento ha di nuovo rimandato la discussione della legge sulla concorrenza a dopo le vacanze. Ma a settembre, anzi già ora, ritorna il gran circo della legge di Stabilità. Di concorrenza non si parlerà prima del 2017. Intanto il Pil è fermo. Gli industriali, dal canto loro, chiedono al governo «una politica dell’offerta che renda competitive le nostre imprese per incrociare le rotte di sviluppo nel mondo» (Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria alcuni giorni fa a Rimini). Che cosa vuol dire? Non sarebbe stato meglio chiedere una legge incisiva per la concorrenza, che è la vera politica dell’offerta? Le vicende di alcune banche hanno messo in luce gravi carenze nelle attività di vigilanza sui mercati e di protezione del risparmio. Il governo ha il merito, con la legge che ha trasformato le banche popolari in società per azioni, di aver creato le condizioni perché alcuni bubboni scoppiassero, ma poi non ha avuto il coraggio di fare il passo successivo avviando la riforma della vigilanza su banche e mercati. Una riforma che contribuirebbe a dare quelle certezze che i mercati cercano.

Resta infine il grande nodo della pressione fiscale. Dopo essere cresciuta di due punti fra il 2011 e il 2012, è rimasta sostanzialmente invariata intorno al 43,5 per cento. Dovrebbe scendere di un po’ più di due punti per portarci nella media Ue. Non solo le persone fisiche, anche le imprese pagano troppe tasse. L’aliquota d’imposta ordinaria sulle società (dati Ocse per il 2016 che comprendono imposte statali e locali) è oggi il 31,3 per cento in Italia, contro il 30,2 della Germania, 25 della Spagna, 22 della Svezia, 20 per cento in Gran Bretagna. Solo la Francia ci supera con un 34,4 per cento. Ovviamente ridurre le tasse significa ridurre le spese, ma a questi livelli di tassazione meno spese e meno tasse significano più crescita e quindi, a parità di deficit, una riduzione del rapporto fra deficit e Pil. Questi sono i fatti da affrontare e le soluzioni da portare a Bruxelles per ribaltare l’ordine della discussione e convincere che siamo seri quando parliamo di crescita.

 dal Corriere della Sera del 29.08.2016

 

 

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