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Tendenze globali. Tecnologia e lavoro da alleati a rivali

di Carlo Carboni

In questi anni di transizione, la tecnologia ha continuato a permeare l’economia e il lavoro, la politica e la cultura, i linguaggi e il nostro quotidiano. Il progresso scientifico e tecnologico, ormai la prima forza produttiva da cui dipende la crescita economica, è oggi in grado d’infondere nel sociale una fiducia che cementa e legittima il sistema, rende la visione occidentale di lungo periodo convincente.

Tuttavia, da qualche anno è in atto un tiro alla fune tra due visioni opposte. Da un canto, si predice una stagnazione secolare, perché sta scemando la spinta produttiva del technological change determinato dalla terza rivoluzione industriale, quella che dal computer ci ha portato a internet. La new economy non sarebbe più tanto nuova, almeno nei Paesi di testa. Dall’altro canto, si sostiene che, in 10-15 anni, potremmo entrare in una società tecnologica – mai vista prima – con una crescita trainata da una quarta ondata di technological change, impastato di robotica e intelligenza artificiale “per tutto e per tutti” e di forti innovazioni nella genetica e nel biomedicale. Una prospettiva su cui si è attestata la superclass a Davos nel 2016.

Le due previsioni sono entrambe fondate, ma poco plausibili. Entrambe non indicano come conciliare un’eventuale stagnazione o espansione del mercato con un ordine sociale in grado di sostenerlo. Stagnazione o espansione a forte trazione tecnologica portano entrambi a livelli di disoccupazione e precarietà socialmente inaccettabili. Una stagnazione secolare non avrebbe rimedi per la disoccupazione che c’è in giro in Europa e nel mondo; una nuova impennata di tecnologia a suon di robot che ascoltano e parlano, operano e apprendono, eliminerebbe altra occupazione. Gli studi recenti di Osborne della Saint Martin School di Oxford sono chiari: in pochi anni circa il 50% dell’attuale occupazione sarebbe sostituibile con robotica e intelligenza artificiale. Non sarebbero dolori solo per i lavoratori routinari, ma anche per professionalità importanti nella salute, nell’informazione, nella giustizia eccetera.

Nessun Paese, neanche quello più propenso al nuovo, si tufferebbe senza esitare in una simile avventura tecnologica che non lascia immaginare cosa dovrebbe fare tanta gente quando si troverà senza lavoro. Qualcuno a Davos ha prospettato un reddito di base, Martin Ford un dividendo sociale quasi alla James Meade, magari dopo aver tassato i robot come suggerisce Bill Gates. A casa nostra, il M5S ha fatto del reddito di cittadinanza un’icona, riesumando una proposta che anche Bruno Trentin aveva sonoramente bocciato quasi 30 anni fa. E tra gli italiani, solo 1 su 5 risulta d’accordo con il reddito di cittadinanza.

La metafora del tiro alla fune ha però un senso se fa da “scenario” al futuro plausibile che non avrà ritmo di crescita né così lento come in versione secular stagnation né così rapido e incalzante come nella versione di un’intelligenza artificiale invasiva che, come un liquido, filtra in tutta l’economia e la società. Nel campo di tensione tra le due ipotesi polari opereranno i governi, le organizzazioni delle parti sociali, i movimenti d’opinione della società civile, che dovranno adoperarsi per governare questa fase di transizione tecnologica, produttiva e sociale. Senza arrendersi all’idea che certe tendenze non siano gestibili.

Ci sono poi Paesi che non sono ancora nella fase discendente della terza rivoluzione industriale: la new economy non si è trasformata ovunque in economia 4.0. La forbice tra chi guida e chi insegue si è fortemente allargata negli ultimi trent’anni ed è probabile una fase di bassa crescita complessiva, in parte compensata dal recupero dei Paesi ritardatari nel ciclo tecnologico. Anche questo andrebbe incontro alla strategia di dilazionare nel tempo la nuova ondata tecnologica, respingendo la conseguente minaccia di disoccupazione in un futuro più lontano. L’alternativa secca uomo o robot trova soluzione nel loro affiancamento.

Gestire l’attuale transizione che incrocia tecnologia, economia e società, è complesso. Tra “frenare” e “accelerare” c’è un campo intermedio con rotta obbligata su alcuni punti fermi, su cui convergono studiosi di tutto il mondo. Occorre che gli Stati offrano politiche pubbliche per l’istruzione, le infrastrutture, l’immigrazione e la ricerca di base. Servono forti incentivi per giovani imprenditori. Il mondo tecnologico futuro sarà più imprenditoriale poiché i nuovi sistemi di produzione, l’industria 4.0, le cosiddette economie additive si prestano a far lievitare forme di auto-impiego. È infine basilare una forte cultura dell’imprenditorialità, soprattutto sul versante delle sue funzioni inclusive e tecnologiche. E le giovani generazioni dovranno prepararsi al futuro, all’avvento di una società tecnologica senza precedenti.

Quanto alle previsioni lineari, sospetterei: poco più di 50 anni fa, mentre brillavano tecnologie e conquiste aereospaziali, a non pochi sarà capitato un padre fiducioso nel progresso che prediceva “da grande andrai sulla Luna”. È certo che non andrò, neppure i miei figli ormai grandi.

da Il Sole 24 Ore del 08.05.2017

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