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Tasse e finanza pubblica. Riforma del sistema tributario, adesso è il momento di decidere

Correzioni. Si rifletta bene sulla necessità di esentare di più la proprietà immobiliare. Per quanto riguarda l’evasione, la macchina dei controlli deve essere potenziata, rendendo più efficaci le sanzioni. Va ridotta la pressione sulle basi imponibili più in grado di influenzare la crescita, aumentando quella sulle altre.

di Mauro Marè

I due stimolanti articoli di Alesina e Giavazzi e di Reichlin e Surico su questo giornale (Corriere della Sera, 26 luglio 2015 e 27 luglio 2015) hanno in modo efficace affrontato la questione della riforma fiscale nel contesto generale della finanza pubblica o nell’aspetto particolare dell’imposizione sulla casa. Manca però, sia detto con rispetto, una riflessione sull’architettura complessiva ( tax design in gergo) del sistema tributario e le possibili direzioni di riforma. Quali sono le principali debolezze del nostro sistema tributario? Sono note purtroppo da tempo e sono state affrontate recentemente in alcuni rapporti del Fondo monetario, della Commissione europea e dell’Ocse – oltre che da qualche studioso italiano. In estrema sintesi: a) Innanzitutto, il cuneo fiscale sul lavoro è elevatissimo e l’aliquota implicita sul lavoro è tra le più alte nell’area Ue. b) L’efficacia dell’Iva nel percepire gettito è molto bassa per due ragioni: l’Iva presenta un’evasione diffusa e molto elevata da molto tempo, data anche la struttura economica italiana. Larga parte della base imponibile è esente o è colpita da aliquote ridotte o super ridotte (10 e 4%). L’Italia tra i Paesi Ue presenta la quota di base imponibile più elevata sottoposta ad aliquote agevolate ed esenzioni (circa il 10%). c) L’evasione Iva porta con sé a cascata un’ampia evasione anche delle altre imposte, Irpef, Ires, Irap. Per cui l’evasione fiscale in Italia è molto elevata, sia per ragioni di aggiramento dei tributi, sia per il carico fiscale eccessivo, sia per ragioni criminali. d) La composizione del sistema è squilibrata, si tassa troppo il lavoro e l’impresa, poco il patrimonio, la proprietà e i redditi diversi da quelli da lavoro dipendente. Se non si riduce il prelievo sul lavoro e l’impresa non c’è occupazione, non ci sarà crescita, è molto semplice.Quindi si rifletta bene sulla necessità di esentare di più la proprietà immobiliare; essa è tassata all’estero molto più che nel nostro Paese – si pensi agli Usa, al Regno Unito e alla Francia – soprattutto sul piano locale, per introdurre responsabilizzazione e vincoli ai politici locali; o se non convenga usare le risorse per ridurre ulteriormente il costo del lavoro con eventuali fiscalizzazioni. Naturalmente l’elettorato potrebbe essere sensibile alla tassazione immobiliare e premiare il governo che la riduce. Il dilemma da discutere è se convenga fare una buona riforma tributaria ma rischiare di perdere le elezioni, oppure farne una modesta ma vincerle… Un primo buon punto di partenza è evitare di fare ulteriori commissioni – ho partecipato ad alcune, molto utili sul piano della discussione e per la ricerca accademica – ma poi quasi sempre sono state senza seguito operativo. Le questioni sono semplici, molto note, si tratta adesso di decidere, non studiare; date le condizioni della finanza pubblica italiana, è l’ora dei provvedimenti concreti da parte dell’amministrazione finanziaria.Sempre per essere concreto, si parla da anni di rivedere profondamente il numero e l’estensione delle tax expenditures (spese fiscali), visto che la perdita di gettito che da esse deriva è considerevole e tra le più elevate nell’area Ocse. È un’azione che non si può più rinviare, soprattutto perché in molti casi le spese sono sussidi a lobbies e gruppi di interesse e non hanno niente a che fare con l’imposta sul reddito – si possono recuperare oltre 10 miliardi di euro che, per evitare di aumentare la tassazione, andrebbero restituiti a chi paga davvero le imposte! La complessità del sistema ha raggiunto livelli impensabili e il punto di rivolta dei contribuenti è vicino – quanti sono in grado di capire una cartella di Equitalia? Pochi davvero. A chi giova questa situazione? Il numero di «esperti fiscali» che ha il nostro Paese è molto superiore a quello degli altri Paesi. Ho fatto una «missione esplorativa» per una mia cartella in un ufficio romano di Equitalia e ho trovato una situazione imbarazzante, sul piano del rapporto civico e di correttezza tra Fisco e contribuenti: nessuno sa niente, né è responsabile di niente, ma questo per onestà, è un atteggiamento tipico dell’intera Pubblica amministrazione italiana. L’amministrazione fa fatica a controllare questo coacervo di norme e istituti, che si sono sovrapposte e un ripensamento degli strumenti e delle risorse è opportuno. Gli evasori votano e sono tanti ma da lì dobbiamo ripartire: la macchina dei controlli va potenziata, rese più efficaci le sanzioni. Va ridotta la pressione sulle basi imponibili più in grado di influenzare la crescita e aumentata quella sulle altre basi imponibili. Anche aggiustando la composizione del prelievo tributario nella direzione di una maggiore semplicità ed efficienza, non si eviterà però di affrontare la questione di fondo della revisione della spesa pubblica, dell’aumento della sua efficienza, della riduzione dell’intermediazione pubblica per contrastare la corruzione.

dal Corriere della Sera del 15.08.2015

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