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Sviluppo e conti pubblici. La (falsa) idea di poter crescere facendo debiti

Il problema principale del nostro Paese sta nella capacità di accrescere l’efficienza ai ritmi degli altri Paesi avanzati

di Salvatore Rossi

Il debito pubblico è ormai in Italia come la nazionale di calcio: tutti hanno in tasca una formazione e una tattica per mettere le cose a posto. Stiamo parlando di oltre 2.300 miliardi, una volta e un terzo il Pil, una cifra enorme. In effetti la questione è maledettamente intricata sul piano tecnico. Al tempo stesso, essa è molto semplice nei suoi significati ultimi. Vediamo di districare la matassa. Quando un’impresa s’indebita con una o più banche per mandare avanti la sua attività, le banche creditrici guardano alla capacità prospettica di quell’impresa di onorare costantemente il suo debito, ripagando le rate se ce ne sono e soprattutto pagando gli interessi. Non si preoccupano tanto se il debito cresce, purché fatturato e profitti dell’impresa crescano almeno quanto il debito. Lo stesso vale per un Paese. Se il debito pubblico cresce, sì, ma meno del Pil dell’economia nazionale (grosso modo equivalente al fatturato di un’impresa, al netto degli input) i creditori non se ne preoccupano granché. Questa è la ragione per cui, in Italia come negli altri Paesi, gli addetti ai lavori guardano normalmente non al debito pubblico nominale, cioè a quello espresso in euro o nella valuta nazionale, ma al suo rapporto col Pil (nominale anch’esso, cioè inclusa l’inflazione, che per quanto piccola come in questi anni pesa pur sempre qualcosa). Se questo rapporto cresce, come è accaduto all’Italia negli ultimi dieci anni (di 30 punti percentuali) vuol dire che il debito sta salendo più del Pil e i creditori si preoccupano. Il rapporto debito pubblico/Pil tende a salire se il debito nominale cresce, a scendere se è il Pil che cresce. Chiedo scusa a coloro ai quali quest’aritmetica sembra ovvia, ma conviene rammentarla ogni tanto. Debito e Pil non sono però indipendenti l’uno dall’altro. Poniamo mente al fatto che il debito pubblico non è nient’altro che il cumularsi di tutti i disavanzi (spese maggiori delle entrate) che il bilancio pubblico registra anno dopo anno (perché di disavanzi si tratta: l’ultimo anno in cui l’Italia esibì un avanzo nel bilancio dello Stato fu il 1925!). Secondo alcune teorie economiche consolidate, ma anche secondo il senso comune, se lo Stato e le amministrazioni pubbliche che da esso dipendono spendono di più in sussidi e provvidenze per i cittadini, o in investimenti in infrastrutture, o prelevano meno tasse, la spesa privata per consumi o investimenti sale e con essa il Pil. Un Pil più alto significa più tasse future anche se le aliquote sono state nel frattempo ribassate, e comunque, aritmeticamente, significa un rapporto debito/Pil minore.

Anche ammesso che questi ragionamenti siano corretti, il punto è tuttavia un altro: vi è un secondo circuito che si mette in azione, quello che ha al suo centro i creditori, cioè i detentori del debito pubblico. Fra le spese pubbliche ci sono anche quelle che servono a pagare gli interessi sul debito accumulato fino a quel momento. Nel 2018 la spesa per interessi è stata di 65 miliardi. Costringe a comprimere le altre spese per non gonfiare troppo il deficit: senza quella spesa l’anno scorso ci sarebbe stato un surplus di oltre 27 miliardi. Sul debito pubblico ha pesato per il 2,8 per cento, un tasso superiore a quello di crescita del Pil nominale (1,7). Questo preoccupa molto i creditori perché rafforza il sospetto che il debitore (l’Italia) non sia prospetticamente in grado di onorare il suo debito. La spesa per interessi non va a beneficio di tutta la cittadinanza ma solo di coloro che hanno in mano i titoli del debito pubblico. Chi sono costoro? Fatto 100 il totale del debito, 70 è attualmente nelle mani di italiani e 30 di stranieri. Dei 70 in mani italiane, 28 appartengono a banche, 20 ad assicurazioni e ad altre imprese finanziarie, 17 alla Banca d’Italia (anche in nome e per conto del Sistema europeo di banche centrali), 5 ad altri soggetti. Possiamo immaginarci una composizione analoga anche dei 30 in mani straniere. Quindi, in larga prevalenza, investitori professionali, ma che agiscono, direttamente o indirettamente, per conto della loro clientela. Tengono i titoli pubblici italiani perché fruttano un buon rendimento, superiore a quello dei titoli pubblici di altri Paesi, ma sono sempre sul chi va là di fronte a un rischio possibile: che il debitore, cioè la Repubblica italiana, imponga loro a un certo punto una perdita certa, anche parziale, sul capitale investito; che cioè, come si dice in gergo, faccia default. È già successo per altri Paesi, da ultimo la Grecia nel 2011.

Se si convincono che lo Stato italiano sia avviato su quella strada si affrettano all’uscita, e l’uscita può diventare disordinata e rovinosa, per l’Italia e anche per loro, se si diffonde il panico. E gli speculatori? Certo che ci sono, ma sono pesci pilota. Scommettono su un default quando lo ritengono assai probabile, ma la loro scommessa è vinta solo se la massa degli investitori segue. E quando si avvera questo scenario da tregenda? Quando un governo non suona credibile nel voler stimolare la crescita del Pil con risorse che non ha, che spera di avere quando il Pil sarà effettivamente salito. E qui veniamo al punto conclusivo, il più importante. L’economia italiana cresce stentatamente da un quarto di secolo. Non discutiamo qui delle cause, peraltro già ampiamente dibattute, ribadiamo solo che il problema principale non sta nella spesa insufficiente dei cittadini e delle amministrazioni pubbliche, ma nella capacità, di coloro che producono, di accrescere efficienza e vendite a ritmi paragonabili a quelli degli altri Paesi avanzati. Questa è l’abilità che l’economia italiana sembra avere perso in tutti questi anni. Possiamo accapigliarci su come fare a fargliela recuperare, possiamo anche pensare a investimenti pubblici o a una riduzione permanente delle tasse, ma non facendo altri debiti pubblici. La crescita economica va stimolata con altri mezzi. E comunque, non è l’Europa da sconfiggere con le sue regole tipo il tetto del 3 per cento. Sono i nostri creditori (in larga parte noi stessi) da convincere che la loro crescente incredulità è infondata. Compito assai arduo, possibile solo con una politica credibile di stimolo dello sviluppo economico, basata sulla tecnologia e sul dinamismo sociale.

 dal Corriere della Sera del 05.06.2019

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