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Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

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Speranza versione 1.0

La virtù da ripensare
di Paolo Giordano

Girano versioni svilite (2.0 o 4.6 o addirittura 5.9) di una virtù da riportare alla forma originale

Avrete sentito dire in giro che non c’è speranza per le nuove generazioni. Nel parlare comune — così come nel dibattito politico che spesso del parlare comune è un distillato — ricorrono infatti certe espressioni lapidarie («non hanno speranza questi giovani»), certe domande retoriche sottilmente autocommiseratorie («che speranza stiamo dando ai nostri figli?»), o ancora, certe esortazioni generiche e accorate («dobbiamo regalare un futuro a questi ragazzi!»). Ciò che stupisce è come, in tutti i casi, la speranza sia trattata come un bene effettivo, materico, un bene che si possiede, che si dà e si riceve e il cui ammontare può essere misurato da appositi strumenti — un patrimonio che una generazione eredita da quella precedente, inversamente proporzionale, si direbbe, alla frazione di debito pubblico che piomba sulla testa di ognuno il giorno della sua venuta al mondo: sono nato nel 1982, la mia aspettativa di vita secondo le statistiche è tot e la mia speranza è tot.

Nelle sabbie mobili di questa diffusa ineluttabilità, ci si aggrappa di tanto in tanto a delle storie esemplari che dovrebbero risollevare il livello medio di umore, come delle sporadiche iniezioni sottocutanee di fiducia. Si tratta quasi sempre di aneddoti di tipo «2.0», legati all’universo in ebollizione del web. (Vorrei permettermi un inciso al riguardo: «2.0», dicitura che viene largamente impiegata per descrivere in un solo blocco all’incirca tutto ciò che riguarda gli under 30, suggerisce che lo spartiacque tra l’epoca attuale e le precedenti, la «1.0» e tutte quelle in versione beta, sia l’affermazione su ampia scala della tecnologia digitale e il dilagare della comunicazione in Rete, benché la mia generazione abbia ben altre mutazioni da integrare ancora nel suo Dna, assai più delicate della sottigliezza stupefacente raggiunta dagli smartphone e della gestione di qualche centinaio di contatti sulla pagina Facebook. Tanto per dirne un paio: la caduta del Muro di Berlino e di gran parte dei dualismi ideologici secondo i quali siamo stati ancora, nostro malgrado, istruiti; e il crollo delle Torri nel settembre 2001 con cui abbiamo esordito, simbolicamente e fattivamente, nella maggiore età).

Alcune settimane fa l’impresa virtuosa di un ragazzo di appena 17 anni ha guadagnato posto sulle prime pagine di svariati quotidiani. Nick D’Aloisio ha messo a punto un’applicazione per telefonia mobile che riassume in poche righe testi più lunghi, evidenziandone i contenuti principali per una lettura rapida: si chiama Summly. L’invenzione, apprezzata dagli utenti e pubblicizzata da alcune personalità illustri come Ashton Kutcher e Yoko Ono (e dovrebbero spiegarmi che cosa ci azzecca Yoko Ono con le applicazioni per telefonia mobile, se davvero le manca il tempo per leggere i testi integrali e se, soprattutto, la buon’anima di John Lennon sarebbe felice di vedere la sua metà spirituale così sedotta dalle meraviglie dell’Information Technology), l’invenzione si è presto diffusa nel mondo virtuale, al punto che Yahoo! ha deciso di metterci sopra le mani e ha comprato da Nick D’Aloisio il brevetto per la cifra ubriacante di 30 milioni di dollari. Non solo: Yahoo! ha assunto il ragazzo nel suo staff a tempo indeterminato. Il precoce D’Aloisio si è sistemato e potrà organizzare una festa come si deve per i suoi diciotto anni. Dove sta la speranza in tutto questo? Soprattutto nella prova che qualunque adolescente molto creativo (o abbastanza sociopatico da starsene assiduamente incollato a un monitor) può realizzare una fortuna, che l’accessibilità a un ambiente globale, un ambiente anodino fatto di bit e righe di codice e dove tutti partiamo dallo stesso livello di ignoranza, fornisce una chance di successo a ognuno. È la versione accelerata, 2.0, del Sogno Americano. Datti da fare anche tu, perciò: spremiti le meningi e fatti venire un’idea geniale, vedrai che Yahoo! te la compra per una montagna di soldi e magari ti dà pure un posto fisso.

Ammesso che le vittorie altrui possano essere in qualunque caso una fonte di speranza (e non, al contrario, motivo di invidia e frustrazione), ci sono alcuni elementi dell’iperbole di Nick D’Aloisio che mi lasciano perplesso. Ho sempre pensato che la vera speranza germogli davanti alla possibilità del rovesciamento di un ordine costituito. La presenza di un nemico, di un’autorità opprimente da deporre fomenta una vitalità che in tempi più placidi non si esplica. Ma il successo di Nick D’Aloisio non è eversivo in nulla, anzi è esattamente il contrario: è il successo del venire assorbito nel sistema preesistente. La sua storia è divenuta esemplare quando il colosso Yahoo! lo ha inglobato: secondo questa logica macabra (e pericolosamente in voga) che separa il mondo tra sommersi e salvati, soltanto i vecchi, immoti e inamovibili poteri sono in grado di pescarti dall’oceano tumultuoso e portarti al sicuro nel loro olimpo dorato. Confida in loro, dunque, se hai bisogno di confidare in qualcosa. E, chissà, magari il prossimo a saltare sulla scialuppa della ricchezza potresti essere tu. La speranza che la vicenda di Nick D’Aloisio può, al limite, ispirare è perciò rigorosamente individuale. Non circola. E poi, Summly è di sicuro una grande idea, ma si esprime — ed esaurisce — in un tempo molto breve; la grandezza sta soprattutto nell’aver intercettato con astuzia un bisogno istantaneo di alcuni utenti e nell’averlo soddisfatto prima ancora che venisse espresso, dal che potremmo finire a parlare di capitalismo e profitto e della gigantesca macchina che tutti c’ingoia, se avessimo davanti a noi un tempo lunghissimo e la minima voglia di farlo.
Tutta questa severità nei confronti dell’innocente Nick D’Aloisio (che per festeggiare i milioni di dollari ha acquistato, udite udite, un nuovo paio di scarpe da ginnastica) mi permette di individuare per negazione almeno tre postulati che, credo, la speranza dovrebbe soddisfare per essere considerata davvero tale. E mi permette di interrogarmi su come la Generazione 2.0 sia combinata rispetto a essi.

Principio di sovvertimento. La speranza si sviluppa in presenza di un ordine da rovesciare. Ci stiamo certo scalmanando da ogni parte per rovesciare qualcosa, ma sembra che, per il momento, non abbiamo troppo chiaro che cosa vale la pena di essere rovesciato. L’astrazione dei meccanismi di potere, della finanza, la tessitura globale degli interessi hanno reso molto difficile, per noi 2.0, individuare con chiarezza il nostro antagonista. Quando frequentavo il liceo ci furono le prime manifestazioni contro la globalizzazione. «Domani c’è il corteo», si mormorava nei corridoi. «E contro cosa sfiliamo?». «Contro la globalizzazione». A ripensarci, avevamo le nostre buone ragioni, ma era oltremodo faticoso sfidare un nemico trasparente quanto un fantasma. Fra le molte insidie riscontrate dai 2.0, la mancanza di avversari evidenti mi appare tuttora come la peggiore.

Principio di generosità. La speranza necessita di essere condivisa, collettiva, altrimenti avvizzisce. Che alcuni eletti ce la facciano — «farcela» stando oggi a significare che la vita gli concede di mettersi al riparo dalle intemperie economiche — non aumenta di un briciolo l’ottimismo generale. Anche il superstite si porterà sempre addosso il rimpianto per i cadaveri lasciati indietro. C’è dunque bisogno che la speranza contempli la generosità. E forse, in questo, i 2.0 sono più in gamba di chi li ha immediatamente preceduti.

Principio di infinito. Proprio come l’arte, anche la speranza ha bisogno di un orizzonte all’infinito, di potersi dispiegare comodamente sulla sciocca convinzione che il miglioramento è per sempre. Gli aggiustamenti, le manovre per arrangiare, i rattoppi non la nutrono, anzi non fanno che affamarla. Qui e oggi, purtroppo, si cerca innanzitutto di puntellare un’enorme struttura pericolante.

Sarebbe vile a questo punto limitarmi alla demolizione di un esempio, senza proporne uno che mi appaia luminoso. Sarebbe scortese, fra l’altro, verso chi mi ha invitato qui, e pregato di congedarmi con una virata verso il positivo («Sei libero di organizzare il discorso come meglio credi» mi è stato detto. Poi, quasi si fosse d’un tratto reso conto del rischio, il mio interlocutore ha aggiunto: «Ma cerca di dire che una speranza c’è, alla fine»). Per cercare il mio controesempio, alcuni giorni fa mi sono piantato con le mani sui fianchi davanti alla libreria di casa e ho iniziato a scorrere i titoli sulle costole dei volumi. Ci sarà un libro, ho pensato, un romanzo che racconti di speranza fra questi. In effetti, quasi tutti parlavano anche di speranza, ma in quel modo del tutto implicito e controverso che i romanzi hanno di parlarne. La speranza nelle storie si fa sempre largo a fatica fra gli uragani dell’esistenza, balugina per un tempo brevissimo, è per lo più indiretta, disarmata, tutt’altro che adatta a un dibattito sui giovani nel quale ti è stato chiesto di giurare che una speranza esiste, pronta all’uso. Ho passato le prime lettere dell’alfabeto senza successo, finché mi sono imbattuto, sotto la G, in un libercolo sottile, compresso fra quelli più corpulenti ai suoi lati, una novella di Jean Giono intitolata L’uomo che piantava gli alberi, che lessi con emozione alcuni anni fa. Il racconto di Giono ha subìto la sorte che talvolta capita a certi libri apparentemente semplici e dalle dimensioni modeste: è finito per disgrazia nelle collane editoriali di narrativa per bambini o, peggio ancora, negli scaffali delle librerie dedicati alla saggistica ambientalista, quando in verità si tratta di un racconto morale assai più adatto agli adulti, che ha per tema centrale proprio la speranza, la speranza nella sua versione originaria, non la 2.0 quindi, e neppure la 3.0, la 4.6 o la 5.9.

È la storia di Elzéard Bouffier, un uomo che il narratore conosce per caso, passeggiando per le zone aride di «quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza, delimitata a sud-est e sud dal corso medio della Durance, tra Sisteron e Mirabeau; a nord dal corso superiore della Drôme». Bouffier vive solo e ogni giorno si dedica a piantare alberi, querce per l’esattezza. La mattina seleziona le ghiande, poi s’incammina, pratica dei fori nel terreno con un bastone, a distanza adeguata l’uno dall’altro, e le sotterra. Due guerre mondiali non sono sufficienti a distoglierlo dalla sua astrusa missione e il narratore, che torna a trovarlo anno dopo anno, assiste al miracolo lento della nascita di una foresta laddove prima c’era il nulla. Oltre alle querce, Bouffier pianta betulle e faggi. Una stagione tenta con gli aceri: non ne resiste uno, allora torna alle querce, senza demoralizzarsi. Quando Bouffier muore, a ottantasette anni, la regione ormai gigantesca che ha popolato di vegetazione è stata dichiarata parco nazionale. L’unico paese abitato al suo interno, Vergons, che prima era un luogo di gente sconfitta e rancorosa, si è trasformato in un paesino grazioso che attrae gioventù e turisti. «Più di diecimila persone devono la loro felicità a Elzéard Bouffier», scrive Giono, al termine del racconto. «Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto in termini di costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento, nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie di un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio».

Esistono versioni precedenti della parabola narrata da Jean Giono. La più celebre è la storia di Johnny Appleseed, Giovanni Semedimela, che a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo piantò e curò migliaia di meli in un’immensa regione spoglia del Midwest. E a ben vedere, Giono non fa che sviluppare qualcosa che la lingua italiana ci suggerisce in continuazione, ovvero che la speranza, soprattutto, la si coltiva. Non si possiede la speranza, non la si sottrae né la si regala, come in molti vorrebbero darci a credere: la si coltiva. Così il suo colore è il verde e così la sua raffigurazione è una donzella che tiene in mano un fiore, il capo ornato da spighe e papaveri, e così tutto il lessico che le ruota attorno, lo stesso che io ho utilizzato fin qui senza quasi accorgermene, è inerente alla vita arborea: germogliare, appassire, attecchire, generare… Ecco, forse converrebbe cominciare con il correggere il linguaggio troppo automatico, sovrappensiero che talvolta usiamo per riferirci alla speranza. Allora avremmo trovato anche la riformulazione della domanda dalla quale questo intervento ha preso il largo. Non più: esiste una speranza per la Generazione 2.0?, bensì: la Generazione 2.0 sta coltivando la sua speranza?, chi è venuto prima le ha insegnato come fare, come si prepara il terreno, quando è conveniente innaffiare e come si accudiscono gli arbusti fragili, oppure si è dedicato esclusivamente a razziare e abbattere ciò che già c’era?, e vivremo in tempo per vedere almeno un raccolto? Ma tutto questo sarà, forse, il tema di un incontro successivo.

da Corriere della Sera – La Lettura, 12 maggio 2013

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