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Sfide. Superare l’eccezione italiana seguendo tre piste europee

Crescita. Dobbiamo reagire muovendoci in diverse direzioni. Sollecitare la domanda interna nelle nazioni che possono permetterselo come la Germania; attivare il piano da 300 miliardi; accelerare la discussione sull’emissione degli eurobond

di Moavero Milanesi

In Europa, le stime di crescita non vanno bene (come rileva anche la Banca centrale europea) e se guardiamo molte e ricorrenti dichiarazioni politiche, le posizioni dei vari governi nazionali tendono a divergere sulle scelte urgenti in campo economico. Dissonanze che preoccupano, perché uno stallo decisionale a livello di Unione Europea danneggia soprattutto i Paesi, come il nostro, con un’economia ancora sofferente e tante riforme da realizzare. L’ultima radiografia, desumibile dagli espliciti documenti pubblicati dalla Commissione europea la settimana scorsa, è netta. Nel contesto della verifica preventiva delle «leggi di stabilità», su 18 Paesi dell’eurozona, ne sono giudicati a rischio sette e per noi, Belgio e Francia è disposto l’inedito riesame, a breve scadenza (marzo 2015). Inoltre, l’apposito «meccanismo europeo di allerta», ci segnala come uno dei tre Stati (con Croazia e Slovenia) che hanno uno «squilibrio macroeconomico eccessivo». Nel rapporto relativo all’occupazione, figuriamo fra i sei Paesi con la maggiore percentuale di disoccupati e quello in cui, durante il 2014, sono aumentati di più. Il Prodotto interno lordo (Pil) italiano continua a scendere, mentre cresce il debito pubblico (riferito al Pil, ci supera solo la Grecia). Con riguardo alle riforme strutturali, raccomandate dall’Ue, viene riconosciuto che in Italia si è fatto «qualche progresso». Il quadro non è buono e ciascuno di noi lo constata anche nel suo quotidiano. Rimaniamo esposti a una procedura d’infrazione europea per l’alto debito pubblico, potenzialmente molto gravosa per noi contribuenti. Per evitarla, vanno mantenuti gli impegni presi (da ultimo, nella lettera inviata a novembre dal governo) e smentite le riserve che sussistono con riguardo a molte nostre misure. Così, l’incertezza sull’esito della revisione selettiva della spesa pubblica e sulla reale volontà di farla per ridurre simultaneamente le tasse. O il dubbio se riforme rilevanti, sollecitate dall’Unione, come quella del mercato del lavoro e della giustizia, produrranno davvero benefici concreti, in termini di consistente e stabile aumento dell’occupazione, di velocità dei processi civili e di certezza del diritto. O ancora, i timori causati dalle persistenti difficoltà di molte imprese italiane e dalla sfiducia dei consumatori. Per ora, nelle sedi Ue, c’è disponibilità e sui mercati, i tassi d’interesse sono bassi; la palla è nel nostro campo. Non bisogna abbattersi, ma reagire: non con esercizi dialettici, recriminazioni o azzardi, ma concretizzando risultati efficaci. Solo questi ci eviteranno problemi e aiuteranno a rendere la nostra realtà nazionale più competitiva e attraente, per risollevarci ed essere pronti ad affrontare possibili nuove vampate della crisi economica e finanziaria. Nel dibattito europeo, alcuni sostengono che conti pubblici sani e riforme strutturali, a livello dei singoli Stati, nonché un’accorta politica monetaria, da parte della Bce, garantirebbero la ripresa. Altri puntano ad allentare i vincoli europei, affinché i governi nazionali possano intervenire nell’economia con loro risorse pubbliche. La seconda tesi trascura quanto possa rivelarsi poco lungimirante finanziare in deficit ulteriori spese statali, specie quando il debito pubblico è già alto; inoltre, bisognerebbe lavorare molto e di fino, per costruire il difficile consenso necessario per modificare testi normativi che, nel sistema Ue, richiedono maggioranze qualificate o l’unanimità. La prima opinione, più rigorista, sembra sottovalutare che la crisi globale, in alcuni Paesi europei, è stata a tal punto devastante da rendere più arduo il rilancio dell’economia, senza uno stimolo pubblico. Si cita spesso l’esempio degli Stati Uniti, ma in Europa, la disponibilità di risorse, da un lato, è asimmetrica fra i vari Paesi e dall’altro, è scarsa nel circoscritto bilancio Ue. Il contesto è, dunque, più complicato, che negli Usa, spesso citati a modello per la crescita. A maggior ragione, anziché dividersi e polemizzare, va ricercato l’accordo e verosimilmente, lungo più piste. A titolo di esempio, ne citerei tre. Gli Stati che possono permetterselo (come la Germania) potrebbero incentivare la loro domanda interna e diventare, così, un traino per gli altri partner. Il complesso «Piano dei 300 miliardi» della Commissione europea va attivato al più presto, per vedere come funziona alla prova dei fatti. Deve riprendere la discussione sul conferimento di una capacità finanziaria all’eurozona per consentirle, attraverso l’emissione di titoli europei, di raccogliere risorse addizionali sul mercato e così, finanziare iniziative per la crescita d’interesse e dimensione europea. La presidenza semestrale Ue, con l’influenza che ne dovrebbe derivare, può essere impiegata dal nostro governo, nelle residue settimane, per spingere in queste direzioni. Risultati concreti in Italia e progressi concordi e rapidi in Europa, sono la ricetta che ci aiuterà a superare la persistente crisi e il suo possibile riacutizzarsi.

dal Corriere della Sera del 06.12.2014

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