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Semestre Italiano. Così l’Italia può giocare la partita della decrescita

di Alberto Quadrio Curzio

Tra poco più di due mesi inizia la Presidenza semestrale italiana della Unione Europea. È un evento interpretabile dal Governo in vari modi che sintetizziamo in tre punti. Un’impostazione alta, d’impegno per la crescita e l’occupazione. È un’ipotesi attraente perché combinerebbe critica all’Europa ma anche fiducia sul suo futuro e sulle sue riforme.

Una gestione razionale che, nella consapevolezza di un semestre breve e concentrato sul rinnovo delle maggiori cariche istituzionali europee, punti a temi concreti utili all’Italia e alla Ue. Un’amministrazione di routine per minimizzare l’impegno e fare dell’Italia il Paese di passaggio tra il primo semestre del 2014 (greco)e il primo semestre del 2015 (lettone). Scartata quest’ultima ipotesi, che peraltro in ambienti europei è circolata per classificare la marginalità dell’Italia, consideriamo le altre due.

Un europeismo critico-costruttivo. Qualcuno ritiene che rilanciare il binomio crescita-occupazione prendendo le distanze dal binomio rigore-deflazione sia velleitario da parte dell’Italia. Noi crediamo invece che il Presidente Renzi abbia fatto bene a prefigurare questa linea nelle sue dichiarazioni. Di fronte all’attuale grigiore dei Capi di Stato e di Governo membri del Consiglio Europeo che affrontano burocraticamente le elezioni europee, la carica di fiducia nel cambiamento che Renzi esprime può servire a rimotivare l’europeismo anche se molto difficilmente potrà incidere sull’attuale paradigma economico della Ue e della Uem. Analoga impostazione alta si può tenere nel rinnovo delle massime cariche istituzionali europee. Senza illusioni sul peso effettivo che l’Italia potrà esercitare nella scelta del Presidente della Commissione Europea e su quella del Presidente del Consiglio Europeo (e dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza) sarebbe molto importante che il nostro Paese puntasse a personalità di spicco che ridiano coraggio all’Europa. Di mediatori istituzionali europei abbiamo già fatto il pieno negli ultimi 5 anni.

Se l’Italia non avrà successo nelle sue proposte, tuttavia avrà evitato l’irrilevanza progettuale.

È ovvio che tutto ciò è di competenza del Presidente del Consiglio e non richiede “sherpa e task force” ma solo il suo coraggio innovativo.

Un europeismo globale con l’Expo. Non sottovalutiamo certo il grosso impegno organizzativo che il semestre di Presidenza comporta anche se sappiamo che la burocrazia europea è abituata a queste gestioni. In circa 120 giorni di attività (agosto e dicembre sono infatti mesi fiacchi) vanno governati almeno altrettanti incontri tra quelli formali dei vari Consigli dei ministri della Ue e molti altri informali. Le agende di questi incontri saranno predisposte soprattutto dalla tecnocrazia di Bruxelles stante anche il periodo di passaggio di consegne così come lo saranno i due vertici del Consiglio Europeo di ottobre e di dicembre che dovrebbero tenersi a Bruxelles. È un peccato al proposito che non ci sia più un ministro per gli Affari Europei come Enzo Moavero la cui esperienza diplomatica era preziosa. Da poco il Governo ha dato delega per il semestre europeo al ministro degli Esteri Federica Mogherini e al sottosegretario Sandro Gozi che speriamo si focalizzino su un evento importante e concreto. Quello di Expo 2015 che è italo-europeo. Enrico Letta già nel luglio 2013, da Presidente del Consiglio, aveva intelligentemente puntato su questo nesso poi solidificato nell’incontro a Milano con il Presidente della Commissione Europea Barroso nel dicembre 2013 alla firma del protocollo di partecipazione della Ue all’Expo. È dunque importante che il vertice Asem (tra la Commissione europea, gli Stati Ue, altri Stati europei, gli Stati della Association of South-East Asian Nations tra cui Cina e India) si tenga a Milano in ottobre (e non come prima prefigurato a Bruxelles). Così com’è importante che i Consigli ufficiali dei ministri settoriali della Ue si tengano a Milano. Con l’Expo l’Italia ha scommesso la sua credibilità su scala mondiale e l’impegno di Milano (ebbe l’Esposizione internazionale nel 1906) è grande sia nelle istituzioni con il sindaco Giuliano Pisapia sia nell’imprenditoria con la presidente di Expo 2015 (e del Padiglione Italia) Diana Bracco. Aspetto quest’ultimo che esprime anche il pieno coinvolgimento di Milano e della Lombardia quali centri produttivi di un’Italia Europea per il rilancio della nostra economia.

Un europeismo industriale e tecnologico. Un’ultima scelta andrebbe fatta tra gli innumerevoli temi delle agende dei Consigli dei ministri della Ue. A nostro avviso bisognerebbe privilegiare un tema di forte concretezza economica e produttiva com’è quello dello “industrial Compact” su cui l’Italia si è molto impegnata sia con il Commissario Europeo Antonio Tajani sia, tramite Confindustria, con Giorgio Squinzi. La Commissione con la comunicazione “Per una rinascita industriale europea” esaminata dal Consiglio Europeo di marzo ha puntato a raggiungere un 20% dell’industria sul Pil dell’Ue entro il 2020 facendo leva su ricerca e innovazione. Si tratterà di capire quali risorse potranno essere destinate a tal fine. Un’ipotesi è che si possa arrivare a circa 150 miliardi di euro includendo quote di Fondi Regionali, di Horizon 2020 e Cosme (Competitiveness of Enterprises and Small and Medium-sized Enterprises). Ovvero a 1/6 del Quadro Finanziario Pluriennale (2014-2020) per investimenti tecno-industriali che, unitamente ai cofinanziamenti nazionali, all’azione della Bei e ai partenariati pubblico-privato, potrebbero mobilitare fino a 1.000 miliardi. Partire da Milano e dalla Lombardia che è una delle regioni più industrializzate d’Europa per rilanciare l’Italia in termini di innovazione e internazionalizzazione è una occasione che nel semestre europeo non dobbiamo perdere e sulla quale vari ministri a cominciare da quella dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, dovrebbero concentrarsi.

 da Il Sole 24 Ore del 17.04.2014

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