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Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

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Sembrano sconfitte e sono opportunità

di Corrado Ocone

Sbagliare è inevitabile ma può essere proficuo

A vedere le cose da un punto di vista radicale, cioè filosofico, siamo tutti dei falliti. Il fallimento è insito nelle cose umane. E non solo perché c’è un limite invalicabile alla nostra azione e al nostro pensiero, rappresentato dalla morte. Più concretamente, perché è nella logica stessa della vita considerare il fallimento non solo come sempre possibile ma in qualche modo anche come già da sempre dato. In effetti, esso, così come la vittoria, il suo contrario, è un concetto di relazione, relativo cioè agli obiettivi che ci si è proposti di realizzare. Proporsi uno scopo significa prima di tutto isolare un elemento del reale, considerarlo assoluto, cioè etimologicamente sciolto dal rapporto con gli altri elementi, E comporta poi, in seconda istanza, isolarci noi stessi come individui singoli dalla comunità, considerarci come atomi o “monadi senza porte e finestre”, E’ una doppia astrazione che non tiene conto da una parte che la realtà è complessa, intrecciandosi in essa molte linee di sviluppo; dall’altra, del fatto che ognuno di noi non si trova ad agire da solo ma deve fare i conti in ogni momento con gli altri, in un nesso inestricabile di azioni e reazioni assolutamente non predeterminabili a priori. Anche perché queste azioni non seguono la logica del calcolo razionale, ma sono frammiste a dosi più o meno elevate di passione o addirittura emotività. Ogni vittoria o fallimento saranno perciò sempre parziali, mai totali o perfetti. E la vita stessa è nesso inestricabile di vittorie e fallimenti. Il fallimento va perciò interpretato più correttamente come crisi, come trasformazione perenne da un equilibrio che c’era ad uno che non c’è ancora. A chi gli chiedeva se vivessimo in un periodo di transizione, Ennio Flaiano rispondeva di sì. Ma aggiungeva: “Come sempre del resto”. Quando Vico diceva che ciò che pare traversia può, col senno del poi, essere visto come un’opportunità, si riferiva proprio a questa tensione dialettica che è propria di ogni cosa umana. L’opportunità che ogni crisi o fallimento ci dà è perciò la possibilità di contribuire con la nostra azione alla possibile riconfigurazione della realtà e di noi stessi. Il momento dell’azione è quello della scelta o decisione, come è pure richiamato nell’etimo greco del termine crisi. Non bisogna tuttavia credere che questa logica dell’azione umana sia pacificamente accolta da tutti i filosofi e da tutti gli scienziati sociali. Karl Marx, ad esempio, scrive nei Grundrisse che “ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera”. E spiega: “Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente…egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà”. Applicata su larga scala, a misura della società, questa idea ha generato la propensione “ingegneristica” o costruttivistica che è stata la perversione della politica novecentesca: la convinzione cioè che attraverso la politica, a cui veniva affidato un compito e un ruolo smisurati, si potesse realizzare un’idea (si è parlato anche di ideocrazia). Ovvero, si potesse trasformare radicalmente l’ordine economico-sociale e in ultima istanza la stessa natura dell’essere umano.
L’idea di “pianificazione” è stata un’idea che ha avuto molta fortuna nella politica del “secolo breve”, a cominciare da quella economica. Se i paesi comunisti hanno conosciuto la rigidezza dei “piani quinquennali” introdotti in Unione Sovietica da Lenin con la NEP, la Nuova politica economica, molti paesi occidentali hanno affidato a politiche keynesiane di programmazione il loro sviluppo economico. Gli effetti indesiderati di queste politiche, dall’assistenzialismo allo spreco senza criterio di denaro pubblico, hanno fatto sì che con gli anni acquistasse peso una corrente di pensiero economica di segno opposto, fautrice di politiche di assoluta deregulation: la cosiddetta “scuola austriaca” o dell’ “individualismo metodologico”. Ora, a a parte il fatto che si è passati in questo modo forse da un eccesso all’altro, è comunque importante ricordare che tutto il pensiero di Friedrich von Hayek, il più noto esponente di questa scuola, si fonda sull’idea degli “effetti inintenzionali delle azioni intenzionali”: ha cioè di mira la critica del costruttivismo, come è particolarmente evidente nel volume del 1952 su L’abuso della ragione. Forse uno dei limiti della scuola hayekiana è di non aver considerato che le conseguenze inintenzionali delle azioni possono essere anche perverse e non solo desiderabili. Un errore in cui era in verità caduta anche molta letteratura settecentesca sul tema, che ottimisticamente calcava il peso più sugli effetti positivi che su quelli negativi: da Bernard de Mandeville, che mostra con il suo paradosso come la virtù sia dannosa e il vizio benefico, ad Adam Smith, che parla della “mano invisibile” del mercato che fa sì che il perseguimento dell’utile personale si converta in un bene per tutta la società. A ben vedere, quella qui in atto è una sorta di secolarizzazione del concetto cristiano di Provvidenza, anche se di questo aspetto ebbero consapevolezza in pochi. Fra costoro, ricorderei Giambattista Vico, che può essere considerato il primo teorizzatore di quella che poi lo psicologo tedesco Wilhelm Wundt avrebbe chiamato a fine Ottocento “eterogenesi dei fini”, e George Wilhelm Friedrich Hegel, che parlò di “astuzia della ragione”. “Questo mondo”, scrive Vico in un celebre passo, è “uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti”. Lascia però rimane ambiguamente irrisolto il problema della trascendenza o meno della provvidenziale “mente superiore”.
L’aspetto più interessante della questione, proprio perché a noi più vicino, è quello del fallimento individuale, dei singoli. E’ probabile che ognuno di noi se paragona i sogni che aveva in cassetto da piccolo con la sua vita possa passare con facilità dalla sensazione di fallimento a quella di autocompiacimento. Il vero fallimento è però quello di chi non è più capace a un certo, o peggio non lo è mai stato, di mettersi in discussione. In maniera anche profonda e radicale. Il fallimento, proprio perché relativo, non è un fatto ma impone un atto. E’ quella “propensione all’autosovversione” che ha teorizzato il filosofico-economista Albert O. Hirschman, recentemente scomparso: la capacità cioè di lasciarsi sorprendere positivamente dalle novità, valutando le cose sotto sempre nuovi aspetti, mettendo in questione le nostre opinioni e persino la nostra fossilizzata identità “Ritengo –scrive Hirschman nella sua autobiografia- che quella che ho chiamata autosovversione possa dare il suo contributo a una cultura più democratica, in cui i cittadini non soltanto abbiano il diritto alle loro opinioni e convinzioni, ma, cosa più importante, siano pronti a metterle in questione alla luce di nuovi argomenti e nuovi elementi di prova”.

da Corriere della Sera, La Lettura n° 59, 30 dicembre 2012

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