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Sei mesi di quantitative easing. L’ombrello della bce favorisce la ripresa ma ora tocca a noi

Bilanci. L’Italia è stata toccata fino alle sue fibre fini dall’immissione di liquidità. L’operazione ha funzionato come un antidolorifico al momento dell’annuncio e poi ha avuto un effetto tranquillante

di Federico Fubini

È stato richiesto, invocato, sognato così tante volte quando non c’era che ci siamo dimenticati di spegnere le candeline ora che è fra noi già da un po’. Forse è solo il segno che funziona, perché ci siamo abituati così in fretta da non pensarci più. Il quantitative easing, la massiccia operazione varata dalla Banca centrale europea, ha compiuto i suoi primi sei mesi nei giorni scorsi. Da metà anno, l’area euro in questo è come gli Stati Uniti, il Giappone, o la Gran Bretagna: quando i tassi d’interesse sui loro prestiti sono già a zero, le banche centrali iniziano a creare liquidità con il click di un mouse e a riversarla nell’economia comprando sul mercato titoli di debito pubblici e privati. La Bce ha già detto che lo farà per 1.100 miliardi di euro e le grandi banche centrali dei Paesi ricchi dal 2008 lo hanno già fatto per 7.300 miliardi di dollari: un decimo del reddito di un anno del pianeta Terra.

Ma questi sono i massimi sistemi. Poi c’è un Paese da 60 milioni di abitanti, un’economia da meno di un decimo degli Stati Uniti, un ottavo del totale dell’area euro. L’Italia è toccata dal quantitative easing della Bce fino alle sue fibre fini, e l’effetto filtra nel tessuto del Paese. Le indicazioni ufficiali della Bce ne danno un’idea: nei primi sei mesi di attività gli acquisti di titoli di Stato italiani sono arrivati a 46,5 miliardi di euro, una somma molto alta anche se non supera il 2,5% dello stock del debito pubblico del Paese. A comprare è stata in grandissima parte la Banca d’Italia, in esecuzione delle decisioni della Bce.

Già, ma chi ha venduto in questi mesi 46,5 miliardi in Btp, i Buoni poliennali del Tesoro? I dati stessi della Banca d’Italia offrono qualche indicazione. Hanno venduto le banche italiane, non molto per la verità: alla vigilia del quantitative easing a fine febbraio i loro investimenti in debito del Tesoro valevano 413 miliardi e a fine giugno (ultimi dati) erano scesi a 405; semplicemente, non è facile per gli istituti di credito trovare un impiego che renda e tuteli il capitale come un Btp.

Hanno venduto un po’ di più le assicurazioni o i fondi italiani, il cui portafoglio di debito pubblico è sceso da 450 a 427 miliardi. E devono aver venduto nel quantitative easing anche i fondi e gli investitori esteri: secondo i dati di Banca d’Italia sulla bilancia dei pagamenti e la posizione patrimoniale con l’estero, i deflussi netti sono stati di 9 miliardi sia ad aprile che a maggio, quindi di 7,5 miliardi a giugno.

Poiché queste obbligazioni acquistate sono segregate quasi tutte nel bilancio della Banca d’Italia (non su quello comune della Bce), ciò significa che i creditori della Repubblica italiana oggi sono un po’ più di prima concentrati nel Paese: lo sono per il 60,8% del volume del debito, e c’è almeno un altro anno di quantitative easing davanti. L’Italia sta rinazionalizzando il suo debito pubblico sotto l’egida dell’euro.

Se questa è la meccanica, gli effetti dell’operazione della Bce sono meno misurabili ma evidenti: ha funzionato come un colossale antidolorifico sull’economia italiana quando si sperava che arrivasse, un anno fa. E agisce come una costante dose di ansiolitico e profilassi ora che c’è. Un anno fa l’attesa per l’ondata di liquidità del quantitative easing ha deprezzato l’euro, reso più competitivi i prodotti italiani nel mondo e contribuito a far calare il costo del debito (fino ai minimi dell’1,2% sui Btp decennali segnato in marzo).

Da allora è scattato l’effetto tranquillante. I rendimenti dei Btp a dieci anni sono saliti all’ 1,8%, un po’ com’è successo ai buoni americani quando fu la Fed ad agire: i mercati pensano che ci sia meno rischio di deflazione, quindi chiedono al rendimenti più alti. Ma i direttori finanziari delle principali banche ora apprezzano la stabilità e prevedibilità sul valore dei Btp garantita dalla presenza sul campo della Bce. E il Tesoro ne approfitta per emettere titoli di durata più lunga, una profilassi per non essere aggredito dall’urgenza di rifinanziarsi ogni poco in futuro: la vita media del debito è salita da 6,9 a 7,1 anni.

È su questo sfondo che i prestiti delle banche a famiglie e imprese, per la prima volta da tre anni, in agosto sono saliti di un soffio (0,3%) rispetto a un anno fa. È solo un primo passo: il credito a famiglie e imprese è caduto di 9 miliardi da luglio; i tassi medi sui prestiti alle imprese più grandi sono scesi da marzo, ma quelli alle piccole e sui nuovi mutui-casa sono saliti. In primavera e inizio estate i consumi delle famiglie sono cresciuti, anche perché con il quantitative easing oggi comprare l’auto a rate costa meno. Ma gli investimenti sono scesi, e così il clima di fiducia delle imprese in agosto.

L’Italia adesso è più stabile e le famiglie spendono un po’ di più. Ma lezione del quantitative easing resta quella che la Bce aveva previsto già sei mesi fa: potrà dare copertura al convalescente per un po’, ma a ricostruirsi i muscoli egli dovrà pensarci da sé.

da Il Corriere della Sera del 16.09.2015

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