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Se Torino espatria. Il problema è che cosa qui non va

di Luigi Zingales

La notizia è confermata: dal prossimo anno la Fabbrica Italiana Automobili Torino sarà semplicemente una fabbrica di automobili, con sede legale in Olanda e sede fiscale a Londra.

In molti italiani, la notizia suscita rabbia. Ma come, quella stessa Fiat che per molti anni è vissuta di sussidi statali: dagli investimenti agevolati falsamente spacciati per aiuti al Sud alla rottamazione propagandata come manovra ecologista?

Che è vissuta di favori del governo, come la vendita a prezzo scontato dell’Alfa Romeo e le quote di importazione contro le auto giapponesi e coreane? Quella stessa Fiat oggi ricambia i favori lasciando il nostro Paese e trasferendo la sede fiscale in Inghilterra, con grave danno al nostro fisco?

Finché l’Italia andava bene, la Fiat era italiana, oggi che l’Italia arranca, la Fiat disconosce le sue origini, mordendo la stessa mano che l’ha nutrita? È umanamente difficile accettare un tale atto di ingratitudine.

Superata la legittima reazione emotiva, però, la questione diventa più complessa. Innanzitutto, la riconoscenza è una rara caratteristica degli umani, assente nelle imprese. La riconoscenza si dovrebbe chiedere alla famiglia Agnelli, non certo a una società che oggi cerca disperatamente di competere nel mondo globale. Anche se le imprese potessero nutrire un sentimento di gratitudine, questa gratitudine dovrebbe spingersi fino all’autolesionismo? È meglio una Fiat internazionale florida o una Fiat nazionale moribonda?

Dovrebbe forse lo Stato imporre questa gratitudine? C’era un Paese che la imponeva: non solo alle imprese, ma anche ai cittadini che volevano trasferirsi al l’estero. Questo Paese si chiamava Unione Sovietica. Non è il Paese in cui vogliamo vivere.

Un Paese libero è un Paese in cui i cittadini scelgono di vivere, non in cui sono costretti a farlo. Il nostro vero problema non è che la Fiat vuole trasferirsi all’estero, ma che molte altre imprese la seguiranno e soprattutto che pochissime vogliono fare viceversa. Credete forse che, per esempio, Unicredit e Generali non avrebbero vantaggi dal trasferirsi all’estero? Immediatamente non sarebbero più viste come imprese a rischio in un Paese a rischio, ma come grandi multinazionali europee. Immediatamente il loro rating migliorerebbe e il loro carico fiscale diminuirebbe. Viene lecito domandarsi che cosa ancora le trattiene.

Ma non sono solo le imprese. Nel solo 2013 9.000 laureati hanno lasciato l’Italia, quanti si sono trasferiti in Italia? Le università degli Stati Uniti sono piene di ricercatori italiani (le stime parlano di circa 15.000). Lo stesso vale anche per l’Inghilterra e perfino per la Spagna. Quanti stranieri ci sono nelle nostre università?

Stesso discorso per i manager. Sei delle dieci più grandi imprese non finanziarie inglesi hanno un amministratore delegato straniero, in Italia nessuna. L’unico settore in cui sembriamo in grado di attirare stranieri di talento è il calcio.

Se il nostro Paese attira solo chi è disperato e non chi ha la fortuna di poter scegliere, se i nostri connazionali di talento scappano a migliaia da quello che è – almeno per me – il più bel Paese al mondo ci sarà pure un motivo. La nostra rabbia non deve dirigersi contro la Fiat, ma contro noi stessi per aver tollerato (se non favorito) un sistema economico che premia i peggiori ed esclude i migliori. Una Peggiocrazia che fornisce rendite a chi è al potere, ma che negli altri distrugge perfino la speranza.

Nel ’600 la tolleranza religiosa in Europa cominciò a diffondersi per motivi economici. Mercanti e artigiani cominciarono a emigrare verso i Paesi più tolleranti, come l’Olanda, favorendone lo sviluppo economico e anche la potenza militare. Lentamente gli altri Paesi furono costretti a seguirne l’esempio. La Peggiocrazia italiana rappresenta l’equivalente moderno dell’Inquisizione, che mette in fuga i migliori. Speriamo che la dipartita della Fiat agisca da campanello d’allarme: il tempo delle riforme radicali è venuto.

 da Il Sole 24 ore del 30.01.2014

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