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Scelte. Una politica economica contro le diseguaglianze

Servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine

di Salvatore Bragantini

C’è un equivoco di fondo sulle cause della crisi finanziaria; sempre attribuita all’eccessivo debito pubblico, essa invece nasce dalla debolezza della domanda, a sua volta dovuta alle forti disuguaglianze attuali nei Paesi sviluppati. Fu infatti il ritorno degli Usa ad una distribuzione dei redditi da anni Venti ad innescare la crisi nel 2007. L’equivoco colpisce anche l’Italia, ove essa ha fatto salire la spesa statale di sostegno ai redditi, e con essa il debito, mentre calava il Prodotto interno lordo (Pil); cresceva così il rapporto debito/Pil, visto come causa, anziché effetto, della crisi.

Non ha aiutato che sia stato dissipato il risanamento avviato da Prodi, Ciampi e Visco; ma la causa ultima non sta lì, né negli eccessi della finanza, pur beneficiata complice: sta invece nella crescita delle disuguaglianze, che dagli anni Ottanta ha spostato il 10-15% del valore aggiunto dal lavoro (che spende tutto il suo reddito) al capitale, che tesaurizza ben più di quanto investa. È scesa così la domanda, in particolare gli investimenti, pubblici e privati, che potrebbero spingere in alto il Pil. Errata è, con la diagnosi, anche la prognosi. Ciò non implica aumentare la spesa pubblica in Italia; prima dei vincoli dell’euro, il buon senso costringe a stanare le spese inutili, parassitarie, spesso corruttrici. La causa ultima della crisi però resta lì, intatta; lungi dal diminuire, la divaricazione di redditi e ricchezze si fa vieppiù minacciosa.

Non se ne percepisce la minaccia per la democrazia, tanto che gli Usa ridurranno le tasse sui maxi-redditi, misura che — magie della «curva di Laffer» — si autofinanzierebbe. Scenderà comunque la protezione dell’Obamacare, uno sberleffo agli elettori.

Un conto era l’economia degli anni Cinquanta-Ottanta del Novecento, con alti livelli di tassazione anche personale e ragionevoli compensi del management; dopo il 1989 e la caduta del muro, la sua mutazione genetica esalta le disuguaglianze. La moderna economia di mercato va sotto accusa, ma rischia così anche la stessa democrazia.

Il profitto è ben accetto se accresce il benessere generale, non per astratte virtù; il nostro sistema regge se al profitto, tassato per sostenere le spese statali, segue l’investimento, che genera lavoro, altri profitti, tasse, investimenti. Se la consecutio non sequitur; se crescono profitti e redditi dei supermanager, a danno della classe media; se il big business insegue la rendita oligopolistica e non l’economia di mercato; se invece che sull’interesse di lungo termine delle imprese, si punta a premiare il management che estrae valore per gli azionisti nel breve, allora gli elettori non ci stanno più e votano con rabbia, peggiorando, in un circolo vizioso, le disuguaglianze.

La notizia è passata inosservata, ma i principali datori di lavoro negli Usa, dopo la catena di grande distribuzione Walmart, non sono giganti industriali come General Electric, né Apple o Google, bensì sette fondi di private equity, il cui dichiarato fine è guadagnare il massimo, il più presto possibile; legittimo, ma quanto di più lontano ci sia dall’interesse delle imprese che guidano. La coesione è più importante della rincorsa di astrazioni, alla Ayn Rand, che sfasciano il contratto sociale; esse rischiano di affossare un modello che ha strappato alla povertà noi ed altri Paesi, in un’Europa in pace.

Esiste un limite oltre il quale le disuguaglianze non devono crescere, e l’abbiamo passato; ridurle a livelli ragionevoli deve formare l’asse portante di una nuova piattaforma, da presentare in un mutato contesto istituzionale europeo, che esula da questo commento. Il sostegno politico (e la giustificazione vera) dell’economia di mercato sta nelle classi medie; la loro rabbia montante deve indurre ad invertire il moto del pendolo degli ultimi 30 anni. La democrazia stessa lo esige.

Per cominciare, ricomponiamo i termini di scambio nell’eurozona, ravvivando la domanda; ciò avverrebbe se i Paesi «forti» accettassero un’inflazione maggiore (sul 3-4%), di quella, sotto il 2%, negli altri. Lo ricorda Joseph Stiglitz intervistato da Federico Fubini e Viviana Mazza (Corriere , 5 maggio), ma tale soluzione è bocciata dall’opinione tedesca, che preferisce far morire l’euro, piuttosto che corromperne l’astratta purezza.

Servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine e, in Italia, controllo su priorità ed efficienza della spesa (stop a investimenti inutili, infrastrutture avviate e abbandonate, corruzione).

Di questo non c’è traccia nel corrente discorso politico, eppure Stati in grado di mandare missioni militari in terre lontane per proteggere i propri interessi, possono agire per tenere assieme la collettività; devono però convincersi che chi non lo farà sarà condannato dagli elettori. È meglio iniziare a farlo, senza attendere altre batoste nelle urne.

dal Corriere della Sera del 18.05.2017

 

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