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Ripresa difficile. L’articolo di Keynes e la domanda che manca

di Fabrizio Galimberti

Quo vadis, economia italiana? Non a farsi crocifiggere di nuovo, speriamo. I dati di ieri e delle ultime settimane sono complessivamente deludenti, e si salva solo il dato sulla disoccupazione, che continua a recedere. Sul mercato del lavoro si china anche il rapporto di ieri dell’Istat sulla «Competitività dei settori produttivi».

Proprio queste temperie – negative e positive – inducono a riflettere sulle cause profonde del bene (poco) e del male (tanto) dell’economia italiana. Sull’andamento di un sistema economico incidono le forze inerziali dell’economia da un lato, e le politiche dall’altro. Ora, le uniche politiche di supporto adottate in Italia sono quelle relative al mercato del lavoro (e il rapporto Istat dà atto di un successo). Non ci sono state politiche di supporto alla domanda, non per mancanza di buona volontà ma semplicemente perché le regole della Ue sono troppo stringenti e, se pur il Governo Renzi ha cercato di utilizzare tutti gli spazi di flessibilità, il risultato finale è più quello di un contenimento dei danni che di una spinta in avanti.

Il problema è quello della mancanza di domanda in Europa. La produzione industriale di dicembre non è calata solo in Italia, ma anche in Francia, in Germania, nell’Eurozona… Quando la debolezza è corale, è inutile andare a cercare le ragioni nella specificità delle situazioni nazionali. Il problema sta semplicemente nel fatto che la domanda latita – il cavallo non beve – e i soli attori che la possono stimolare sono le politiche di bilancio. Nel 1928 – molto tempo prima della «Teoria generale» del 1936 – Keynes pubblicò un articolo sull’«Evening Standard» chiedendo a Churchill di aumentare la spesa pubblica: «Quando abbiamo disoccupati e impianti produttivi inutilizzati e più risparmi di quanti riusciamo a impiegare in casa, è del tutto imbecille dire che non ci possiamo permettere queste misure».

Ci sono molti disoccupati nell’Eurozona? Sì. C’è molta capacità inutilizzata nell’Eurozona? Sì. E ci sono più risparmi di quanti riusciamo ad impiegare all’interno? Sì, come si evince dal surplus corrente. A buon intenditore…

da Il Sole 24 Ore del 25.02.2016

 

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