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Rilancio. La rivoluzione necessaria per far crescere il paese

Negli anni 70 l’Italia ha perso competitività. Oggi l’unico rimedio possibile è riformare il tessuto produttivo con proposte che non guardino al passato

di Roger Abravanel

In occasione del 60° anniversario della Ue si sono risvegliati molti economisti per ricordare che l’uscita dall’Euro sarebbe un disastro per il nostro Paese. Eppure i nemici dell’Europa continuano imperterriti a sostenere che «prima dell’euro, l’economia italiana andava meglio perché la svalutazione consentiva di aumentare le esportazioni».

È vero? La storia sembra dimostrare di no. Negli ultimi 70 anni, l’unico periodo in cui l’economia italiana è cresciuta più dell’Europa, sono stati gli anni del «miracolo economico» tra il 1950 e il 1970. Ma in quel periodo il cambio lira–marco è rimasto sostanzialmente invariato, per rispettare gli accordi di Bretton Woods. I «distretti industriali» italiani sono stati i veri protagonisti, non la svalutazione della lira. E invece di un deficit pubblico avevamo un surplus.

Ma poi le cose sono cambiate. Negli anni 70, l’economia ha iniziato a perdere competitività.Per 20 anni la crescita è stata ottenuta solo grazie all’esplosione della spesa pubblica che ha portato il debito da 40 a più del 100% del Pil.

Dopo avere rischiato il default negli anni 90 (governo Amato), abbiamo messo la spesa pubblica sotto controllo ma, senza la «droga della spesa pubblica, la crescita si è fermata. E l’euro non c’era ancora. A questo punto i paladini anti-euro risponderanno che questo prova che la austerity non è la soluzione del problema, si blocca il Pil e il rapporto debito /Pil aumenta perché il Pil non cresce o cala; per spezzare questo circolo vizioso bisognerebbe fregarsene del deficit, stampare moneta e fare crescere il Pil nominale e reale. Il che non si può fare senza uscire dall’euro e svalutare.

Nei saggi che ho scritto in questi 10 anni, assieme a Luca D’Agnese, abbiamo sostenuto un’altra tesi, e cioè che la politica monetaria e di spesa pubblica non basta più.In particolare,svalutare non funziona, non tanto per i costi che avremmo durante la transizione descritti degli economisti (fuga di capitali, fallimento delle banche, ecc), ma perché la svalutazione è un sintomo della malattia, la perdita di competitività, non la cura; quando l’economia era competitiva, la lira non si svalutava, ha iniziato a farlo quando non lo era più e l’unico modo per farla crescere è stato gonfiare la spesa pubblica.

La vera cura è quella di riparare il motore della crescita che si è bloccato negli anni 70 perché non si è adeguato a un’economia mondiale che è cambiata profondamente. Sono cresciuti i servizi, il manufatturiero pesa sempre meno e l’economia globale è sempre più integrata. Il modello produttivo italiano fatto di piccole imprese e alta «informalità» ( leggi «sommerso») da «piccolo è bello» è diventato «piccolo è brutto» perché la globalizzazione richiede grandi imprese e i servizi richiedono il rispetto delle regole, senza il quale non possono nascere la concorrenza e la meritocrazia necessaria per valorizzare il capitale umano. Questo cambiamento lo si osserva ogni giorno. Milano si è trasformata da una città «industriale»(acciaio, chimica) in una metropoli di servizi, grandi aziende italiane e filiali di Google, Microsoft, Vodafone, moda intesa come created, non made in Italy, finanza, sanità/tecnologie di scienza della vita, turismo, trasporti locali di qualità,non profit. Il tutto anche grazie a università eccellenti e al rispetto della legge e ordine (anche se non ancora a livello nord europeo).

I paladini del ritorno al passato sono anche quelli che si lamentano (giustamente) della spaventosa ineguaglianza del nostro Paese che è a livello degli Usa senza averne la mobilità sociale. Ma dimenticano che è stato proprio il modello del passato che ha prodotto un sistema educativo in cui ancora oggi solo i figli dei ricchi vanno al liceo e poi all’università e in cui, a parte qualche caso, la sanità, la giustizia e le scuole del nord sono immensamente migliori di quelle del sud. Un Paese immobile e ingiusto.

Solo una profonda trasformazione del tessuto produttivo italiano con grandi investimenti privati italiani ed esteri farà ripartire il Pil e renderà il Paese più giusto. Ci vogliono quattro grandi rivoluzioni: le regole del mercato del lavoro, la tassazione e lotta alla concorrenza sleale delle piccole imprese che evadono le tasse, la «rule of law» e il funzionamento della giustizia e la formazione delle competenze della forza lavoro per il XXI secolo. Alcuni di questi cambiamenti sono realizzabili nel breve, altri richiedono sforzi decennali, ma non per questo sono meno importanti. Il governo Renzi ha avuto il merito di avere messo mano a tutti questi temi, a volte con buoni risultati, altri meno. Coraggiosa, anche se incompleta la riforma del lavoro, qualche passo azzeccato sulle tasse (80 euro, riduzione Irap, miglioramenti sull’evasione), ma anche qualche scelta sbagliata che ha sprecato risorse (eliminazione Imu della prima casa). Ma sulle riforme più di lunga gittata (giustizia, scuola) ha perseguito obiettivi di breve termine (guadagnare voti e consenso assumendo insegnanti precari invece che preoccuparsi degli studenti e litigare con i magistrati sulle ferie invece che sulla meritocrazia) e ha fatto davvero poco.

Tuttavia le riforme sono l’unica, amara medicina che l’Italia deve prendere. Qualsiasi proposta che guardi al passato (senza peraltro capirlo) può forse vincere le elezioni, ma non riportarci a crescere.

dal Corriere della Sera del 15.04.2017

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