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Riforme. Per una scuola del merito più vicina al lavoro

di Roger Abravanel

Il coraggio di una svolta. Oggi scendono in piazza gli insegnanti ma a protestare dovrebbero essere i giovani e le famiglie, per chiedere un cambiamento epocale che ci avvicini agli standard dei Paesi più avanzati. Bisogna superare un sistema concepito ottanta anni fa

Oggi è previsto lo sciopero nazionale dei lavoratori della scuola, in gran parte insegnanti. Matteo Renzi ha dichiarato che non capisce il perché di una agitazione contro una riforma che ha avuto, tra i principali obiettivi, quello di stabilizzare 100 mila precari dell’insegnamento.

In realtà avrebbe molto senso che a protestare più che i lavoratori fossero gli utenti della scuola, vale a dire le famiglie e gli studenti italiani. In Italia i giovani sono tre volte più disoccupati degli anziani (molto peggio che in tutti i Paesi sviluppati, inclusa la Grecia) non tanto per colpa della crisi ma di una scuola che non si è adeguata ad un mondo del lavoro molto cambiato. Il suo impianto è rimasto quello della scuola di 80 anni fa che prevedeva che la classe dirigente studiasse al liceo e poi all’università mentre le masse dovevano imparare un mestiere. Andava bene per il mondo industriale, ma nella società post-industriale sono necessarie nuove competenze. Tutti devono agire come dei dirigenti, lavorare in autonomia (l’etica del lavoro di questo secolo), risolvere problemi, avere spirito critico, saper comunicare e lavorare in team. Purtroppo, secondo diversi sondaggi, la maggioranza dei datori di lavoro delle aziende si lamenta che i giovani neodiplomati e neolaureati queste «competenze della vita» non le hanno.

Non basta. È vero che le nostre scuole elementari sono le migliori del mondo nell’azzerare i privilegi della nascita e lo dimostrano i risultati dei test che dipendono poco dal reddito della famiglia d’origine. Ma poi le scuole medie, le superiori e le università i privilegi della nascita li ricreano alla grande. È sufficiente vedere la geografia dei licei e istituti tecnici nelle grandi città: i licei sono nel centro, gli istituti tecnici in periferia. E l’università italiana è tutto tranne che un «ascensore sociale». I laureati provenienti dai ceti medio/alti sono proporzionalmente più da noi che negli Stati Uniti.

Colpa della mancanza di «diritto allo studio» (leggi «l’università costa troppo»)? Assolutamente no. La nostra università è gratuita e la si può trovare quasi «sotto casa». La colpa è delle tante lauree inutili sfornate da mediocri atenei che da anni creano schiere di giovani disoccupati. Dato che il vero costo di una famiglia nel fare studiare un giovane per 5 anni è l’investimento del suo tempo, le famiglie meno abbienti preferiscono mandare i figli a lavorare. Così a prendersi una laurea vanno i giovani che possono contare su un posto nella piccola azienda di famiglia.

Si è pure perduta l’eccellenza scolastica come dimostra il fatto che abbiamo un terzo del numero di giovani con i risultati migliori che in Finlandia e in Canada e la metà che in Francia. L’etica del lavoro, così importante per i datori di lavoro, non si impara in una scuola di assenteisti: il 60 per cento dei giovani in Italia dichiara di saltare volontariamente giorni di scuola contro il 13 dei tedeschi e il 4 dei cinesi e giapponesi. Nelle scuole italiane gli alunni copiano, gli insegnanti suggeriscono le risposte ai test Invalsi e i genitori difendono i figli a tutti i costi.

E l’apprendistato di cui tanto si parla, da noi è un fallimento totale. Non ha nulla a che vedere con quello vero, l’apprendistato tedesco che manda i giovani a 16 anni a metà tempo a lavorare e a capire come funziona il mondo delle imprese. La scuola e l’ università italiane hanno anche perduto completamente la loro funzione di certificare il merito degli studenti. Nulla si è fatto contro gli scandali dei 100 e lode al Sud doppi che al Nord e i voti di laurea sono chiaramente inflazionati.

Infine, l’idea che si possa introdurre un minimo di trasparenza sulla qualità delle scuole italiane è miseramente fallita. Ricercare i risultati Invalsi nel sito del Ministero dell’Istruzione, università e ricerca (Miur), che potrebbero dire qualcosa sulla qualità dell’insegnamento di una scuola, è oggi una missione impossibile.

La trasformazione che dovrebbe subire la nostra scuola è veramente epocale.Purtroppo molti insegnanti non sembrano averne coscienza: il 70 per cento ritiene di preparare sufficientemente gli studenti al lavoro, mentre la maggioranza dei giovani pensa l’esatto contrario e in questo concorda con aziende e imprese.

Non si richiede di «rottamare» le scuole, né di privatizzarle, ma di inserire un po’ di vera meritocrazia. Ma per partire, devono mobilitarsi gli studenti. Che purtroppo quando manifestano si lamentano di vecchi stereotipi come l’assenza del «diritto allo studio» invece di chiedere più «diritto al lavoro » grazie a una scuola migliore. Se anche si iniziasse domani, ci vorrebbero però almeno 10 anni. Che fare nell’attesa? La risposta c’è. Darsi da fare per scoprire le ottime scuole e università che ci sono anche da noi, avvicinarsi prima al mondo del lavoro durante gli studi con esperienze valide anche all’estero e accettare la concorrenza fortissima di tanti che cercano di entrare nei 300 mila neodiplomati e neolaureati che comunque ogni anno anche in Italia trovano lavoro.

I giovani che capiranno che «la ricreazione è finita» ce la faranno, gli altri si aggiungeranno alle liste dei disoccupati.

dal Corriere della Sera del 05.05.2015

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