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Quello scatto d’orgoglio necessario a far ripartire il motore Italia

di Mauro Maré

L’annuncio di Mario Draghi e la volontà della Bce di mantenere a lungo una politica di bassi tassi d’interesse permettono di avere più tempo per risanare e rilanciare l’Italia.
Ma la situazione rimane preoccupante. Prigionieri di un quadro politico in equilibrio precario, con un governo diviso nelle sue anime e ispirazioni, non riusciamo ad aggredire i problemi dell’economia. Ed è tutta la società italiana a sembrare imprigionata in un vicolo cieco, bloccata dai poteri di veto e dalla difesa delle posizioni acquisite: un «tutti contro tutti» in cui ciascuno rivendica un posto al sole, senza che lo Stato abbia la forza di facilitare la composizione degli interessi, di indicare una via.
L’andamento dei corsi azionari negli Stati Uniti segna forse un nuovo capitolo della crisi dell’economia mondiale. E le decisioni recenti della Fed già producono, comunque, effetti tangibili, con l’innalzamento degli spread e con il rischio concreto di ritrovarci nella situazione vissuta nel novembre 2011. Questa volta lo spazio per aumenti delle imposte proprio non c’è neppure a volerlo vedere e siamo, infine, alla resa dei conti. Per fare le riforme, lo ricordava l’economista francese Charles Wyplosz in un bel libro di qualche anno fa, bisogna saper compensare coloro che più ne pagano il prezzo, i perdenti, bilanciando i costi di oggi con i vantaggi di domani. Ma in Italia, dove tutti si stracciano le vesti e si dichiarano perdenti sempre e comunque, il costo delle compensazioni da concedere finisce per sopravanzare i vantaggi delle riforme, sterilizzandole. Come uscirne? Le politiche accomodanti di Francoforte non possono durare per sempre, senza una terapia d’urto non ci libereremo mai del tutto dello spettro di un possibile commissariamento futuro da parte del Fondo monetario e della Commissione europea, pronti a dettarci i compiti a casa. Ed è questo uno scenario che non vogliamo, umiliante per l’Italia. Di fronte alla paralisi, il vincolo esterno, è vero, ci costringerebbe almeno a intervenire. Ma sarebbe l’ennesimo pacchetto messo insieme in fretta e furia, incapace d’incidere in modo duraturo sul funzionamento e sulla dimensione della macchina pubblica, oltre che sul rilancio dell’occupazione e degli investimenti. Ed è per questo che sono urgenti misure concrete di riqualificazione e riduzione della spesa pubblica, incisive, da presentare in modo efficace in un disegno di rilancio del Paese e del suo ruolo in Europa e nel mondo. Innanzitutto, va ripreso il dossier delle agevolazioni fiscali: quelle più clientelari, è vero, hanno un importo contenuto e non sono sufficienti a finanziare una riduzione del cuneo contributivo. Sarebbe però un bel segnale: basta sussidi occulti ad attività che non hanno ragione di essere sostenute. Se si analizza la distribuzione per classi di reddito delle agevolazioni fiscali più importanti, risulta poi evidente che alcune forme di sostegno hanno in realtà un profilo regressivo e aiutano chi meno ha bisogno di aiuto. Qui il recupero di risorse può essere sostanzioso, liberando tra i cinque e i dieci miliardi di euro. Ancora, perché non dovrebbe essere possibile rivedere le misure assistenziali stratificatesi nel tempo? Quanti cumulano tre o quattro pensioni? Con quale logica? La crescita del peso di alcune prestazioni, come l’invalidità, corrisponde davvero allo stato di disagio, oppure andrebbe rivista con un criterio stringente di prova dei mezzi? Non è forse il caso di riaprire la partita dei diritti acquisiti che gli occupati stanno pagando per finanziare pensioni calcolate troppo generosamente con il metodo retributivo? Infine, che ne è del federalismo sanitario? Come avviare la convergenza, su tre-cinque anni, della spesa delle Regioni verso benchmark efficienti di spesa pro capite per fascia di età, con un risparmio stimato, prudenzialmente, nell’ordine di almeno quattro miliardi?
Si dirà che il controllo e la riqualificazione della spesa richiedono tempo. Questo è vero solo in parte, e si deve avere il coraggio di agire con incisività e professionalità. È questo l’unico segnale capace di dire all’Europa che facciamo sul serio e ci candidiamo, noi prima e più di Parigi, a riprendere un ruolo guida in Europa, a tornare credibili anche per Berlino. Una vera svolta è possibile solo con uno scatto nell’orgoglio nazionale. Uno scatto che, noi Italiani, magicamente riusciamo a trovare solo pochi istanti prima della catastrofe. Speriamo che possa essere così anche questa volta.

da Il Corriere della Sera del 6.07.2013

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