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Quel cuneo sulla ripresa

Competitività. Il nostro sistema industriale darebbe un contributo ancora maggiore al Pil se il Governo riducesse il costo del lavoro per le imprese esportatrici

di Marco Fortis

Speriamo che quanto ha scritto domenica sul Sole 24 Ore il ministro del Lavoro Enrico Giovannini circa la possibilità che il Governo nei prossimi mesi valuti come intervenire sul cuneo fiscale possa realmente tradursi da sogno in realtà. L’Italia ne ha davvero bisogno per valorizzare la propria competitività, il cui potenziale è assai più elevato di quanto comunemente si creda.

Infatti, anni di capziosi dibattiti sulla competitività dell’Italia hanno sedimentato così tanti luoghi comuni sbagliati sul nostro Paese da generare sfiducia e alterare qualsiasi corretta percezione della capacità delle nostre imprese di presidiare con successo i mercati internazionali, vecchi e nuovi. Perciò nella manifattura (dove in realtà siamo secondi solo alla Germania nel mondo occidentale per surplus con l’estero) sembriamo o veniamo considerati dei “brocchi” assoluti; idem nel turismo (dove invece siamo primi in Europa per pernottamenti di turisti extra Ue); e siamo giudicati delle “nullità” anche nell’agricoltura (dove invece il solo Mezzogiorno d’Italia ha un valore aggiunto agricolo quasi uguale a quello dell’intera Germania).

A dispetto di qualunque progresso, l’Italia viene identificata ormai quasi automaticamente come il modello perfetto del fallimento e del declino economico. E si è confusa erroneamente la bassa crescita del Pil italiano con una mancanza (non vera) di competitività esterna, essendo le cause della crescita anemica complessiva del nostro Pil da ricercarsi invece nella debole dinamica del mercato interno, nella scarsa liberalizzazione dei mercati domestici (soprattutto dei servizi), nelle inefficienze e pesantezze della burocrazia e, da ultimo, anche negli assurdi eccessi delle politiche di austerità applicate in rigido ossequio ai dettami europei.

Il bello è che siamo stati noi stessi italiani, con il tradizionale eccesso di disfattismo che ci caratterizza, a rappresentarci ripetutamente come una economia non competitiva agli occhi del mondo. Sicché poi non dobbiamo stupirci se all’estero hanno cristallizzato questa visione negativa dell’Italia, trasformando i semplici luoghi comuni nostrani in veri e propri dogmi universalmente accettati.

In un recente rapporto della Commissione europea (“Macroeconomic Imbalances Italy 2013″, pagine 8 e 24) è riportato un lungo elenco di presunte colpe che avrebbero le imprese industriali del nostro Paese: un modello di specializzazione sbagliato, schiacciato su prodotti a bassa tecnologia, simile a quello di economie emergenti come la Cina, conseguenza della scarsa capacità di innovazione delle imprese stesse, un export troppo orientato al mercato Ue.

Ebbene, di fronte a simili giudizi superficiali e sbagliati, il Governo italiano dovrebbe inoltrare ufficialmente una nota di protesta verso Bruxelles, perché i rapporti della Commissione europea influenzano le opinioni dei governi dei Paesi partner, delle stesse istituzioni europee ed internazionali, degli investitori, delle banche, delle agenzie di rating e dei mercati. E poi ci lamentiamo se lo spread è alto e se all’estero pensano che l’Italia è ad un passo dall’essere come la Spagna o la Grecia?

Sia chiaro: fanno bene le associazioni produttive, a cominciare da Confindustria, a chiedere che siano rimossi i numerosi ostacoli del sistema-Paese che frenano la competitività delle imprese: su tutti, l’eccesso di burocrazia, il caro energia e l’alta imposizione fiscale su chi intraprende e lavora. Ma ciò non toglie che le aziende del “made in Italy” il loro dovere sui mercati mondiali lo hanno fatto e lo stanno facendo tutto fino in fondo. E non è di sicuro per demerito delle imprese esportatrici se il Paese cresce poco.

Gli elementi per poter contestare i luoghi comuni sulla competitività italiana che anche la Commissione europea ci rinfaccia nel suo ultimo rapporto non mancano di certo. Infatti, l’export italiano dei soli manufatti è cresciuto nell’ultimo decennio più della media del G-7 e meno soltanto di quello tedesco (dati Wto). Il modello di specializzazione dell’Italia è molto cambiato, da un punto di vista geografico e merceologico.

La quota di export dell’Italia verso i Paesi extra-Ue è oggi più alta di quella della Germania e, secondo l’Osservatorio Fondazione Edison-Gea, nel 2012 il nostro Paese ha esportato verso i soli suoi primi 37 mercati emergenti quasi 100 miliardi di euro.

Inoltre, lo scorso anno su 94 miliardi di euro di surplus manifatturiero con l’estero, l’Italia ne ha generati ben 76,4 (cioè oltre l’80% del totale) con macchine e apparecchi, elettrotecnica, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, prodotti in metallo e articoli in gomma e materie plastiche: dunque non certo con beni tradizionali simili a quelli esportati dai Paesi emergenti.

Il cavallo del mercato domestico purtroppo non beve ma quello estero sì. Figuriamoci che cosa potrebbe fare di più in termini di export un sistema manifatturiero come quello italiano (spingendo così l’anemica crescita del Pil) se finalmente il Governo si decidesse a schiacciare il pedale giusto dell’acceleratore, riducendo cioè il costo del lavoro e cominciando proprio dalle imprese esportatrici.

da Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2013

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