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Psicologia e ripresa / La depressione degli italiani e il rischio Paese

L’Italia può e deve cogliere l’occasione della nuova globalizzazione

di Carlo Bastasin

C’è nel nostro Paese uno stato di ansia e malcontento che può definirsi come uno specifico «malessere italiano». Una condizione dell’animo che sbalordisce quando si arriva da fuori: si esprime nelle avverse condizioni economiche, ma ha ormai natura sociale e perfino profondità psicologica.

Economia e psicologia coincidono d’altronde nel termine «depressione», un sentimento caratterizzato dalla sfiducia nel futuro che è al tempo stesso individuale e collettiva. Ma è anche un sentimento asociale, in cui la reazione individuale può aggravare il declino collettivo: i giovani fuggono all’estero, le imprese tagliano gli investimenti, le famiglie si aggrappano ai risparmi rinunciando al presente.

Prima della crisi esplosa nel 2008, anche in Italia era in atto una lenta trasformazione del lavoro e della produzione, il tasso di disoccupazione si era dimezzato e le imprese si rivolgevano ai mercati globali. Nella “coscienza” comune era rimasto tuttavia il vuoto di fiducia – tuttora sottovalutato – causato dai fenomeni emersi con tangentopoli negli anni Novanta in combinazione con l’enorme debito pubblico. Nel caso italiano, proprio come nella lingua tedesca, debito e colpa coincidono. Da venti anni l’Italia è così il paese che cresce meno al mondo. A chi insegna, capita di confrontarsi con giovani che calano un sipario sarcastico sul paese: tutti rubano e la camorra è l’unica impresa globale. Da uno studio di Pew-research, gli italiani emergono come l’unico popolo a considerare se stesso il meno degno di credibilità al mondo. Il crollo post-2008 ha cristallizzato il senso che l’Italia non sia in grado di tenere il passo della globalizzazione. Da questa sfiducia in se stessi origina anche la critica all’euro, moneta «non nostra», bensì tedesca. Paura del futuro ed estraneazione dal mondo coincidono, si manifestano nel vuoto di progettazione che impedisce soprattutto ai più deboli di nutrire speranze e che oggi diventa più visibile nella crisi delle periferie. L’alienazione si riflette nell’ostilità per gli altri. A chiudere la gabbia mentale è infine un discorso pubblico introverso e provinciale, in cui da 20 anni l’interesse dei media è assorbito dal «miglio quadrato» attorno al palazzo del governo.

Negli ultimi due decenni invece il mondo stava completamente cambiando. Un esempio dà la misura del ritardo italiano: a metà degli anni Novanta, anche l’impresa simbolo della Germania, la Deutsche Bank, minacciò di lasciare il paese. I cancellieri Kohl e Schroeder reagirono trasformando la Germania. Eravamo alla vigilia dei Brics, l’esplosione economica in Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

Così come l’Italia non vide il cambiamento allora, non lo vede oggi. I mercati emergenti alimentano due terzi della crescita globale, ma il loro vantaggio competitivo è molto meno aggressivo. La loro classe media è costituita da 1,4 miliardi di individui, quasi quanti gli 1,8 miliardi dei paesi avanzati. L’economia cinese sta rallentando rapidamente. World Bank stima che Brasile, Messico, Russia e Sud Africa abbiano oggi tassi di sviluppo «occidentali» tra l’1,5 e il 2,5%. Secondo le analisi delle società di consulenza, il vantaggio di costo delle imprese manifatturiere cinesi su quelle americane è sceso a meno del 5%, Boston Consulting giudica il Brasile più costoso di gran parte dei paesi dell’euro. Produrre in Polonia, Repubblica Ceca o Russia non è più conveniente che produrre negli Usa, in Spagna o in Gran Bretagna. Sfruttando la reciproca vicinanza, Stati Uniti e Messico sono diventati una nuova avanguardia globale autonoma dall’import di energia. Aggiustato per la produttività, il costo del lavoro cinese è oltre metà di quello europeo. Con popolazioni giovani e abbienti, i paesi emergenti non sono più solo concorrenti, ma consumatori prosperi, stabili e attratti dai modelli occidentali.

L’Italia, per la sua struttura sociale e produttiva, era destinata a soffrire nei primi 20 anni della globalizzazione. Ma può essere tra i vincitori nei prossimi venti, con un’offerta produttiva disegnata per incontrare le aspirazioni dei nuovi consumatori. È necessario migliorare l’offerta di tecnologia perché la produttività pro-capite italiana è di un terzo più bassa che nelle imprese tedesche e francesi. Per farlo deve migliorare la formazione e l’apprendistato dei giovani. Più in generale sono necessarie riforme: facilitare l’attività economica, rendere flessibili capitale e lavoro, ammodernare l’intero settore dei servizi e non ultimo, attraverso una giustizia ben funzionante, contrastare il pregiudizio di disonestà che alimenta la sfiducia. Conoscenza, onestà, apertura al futuro: come si capisce, gli interrogativi che la crisi pone agli italiani sono profondi perché toccano le radici della loro deteriorata autostima e qualità sociale. La sfiducia in se stessi e nel futuro tuttavia sono diventate gli alibi per non cambiare.

Il cambiamento è un tema che galleggia nel dibattito politico italiano, ma senza alcun ancoraggio alla realtà che circonda il paese. Prevale il negoziato di potere nel «miglio quadrato» che si legittima per l’emergenza economica anziché per la sostanza. Perdendo di vista la trasformazione benigna in corso nell’economia globale, si è smarrita la linea di orizzonte. Si è letteralmente disorientati. In particolare, non si coglie il vantaggio comune nella trasformazione del paese. Si perde così il senso positivo del governo della polis che diventa puro esercizio di forza in una gabbia di topi.

Le responsabilità della politica, dell’amministrazione e dell’informazione, nel produrre il malessere italiano sono state quasi criminali. Mancare l’ultima opportunità di salvezza, offerta dalla nuova fase della globalizzazione, sarebbe solo un banale suicidio.

da Il Sole 24 Ore del 30.11.2014

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