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Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

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Provocazioni e realtà. Ce n’è anche troppa, ma liberiamolo dai vincoli.

di Marco Fortis

Aver traghettato indenne e più forte una grossa parte della produzione manifatturiera al di là del fiume in piena della crisi è un grande e pressoché esclusivo merito delle imprese italiane.

Imprese che hanno compiuto l’ennesimo miracolo: in condizioni difficili, senza un sistema-Paese in grado di sostenerle adeguatamente e con una domanda interna tramortita dai colpi dell’austerità (che ha lasciato da pagare all’industria un conto salatissimo in termini di perdita di capacità produttiva). Un miracolo che ha la faccia vincente dell’export il quale dimostra in modo lampante la vera competitività internazionale di aziende che sempre più spesso molti definiscono “eroiche”.

Dal 2010 al 2014 l’export manifatturiero, simbolo di questa linea del Piave della resistenza del nostro Paese, è salito da 323 a 382 miliardi di euro (+18,3%) e il surplus dei manufatti ha raggiunto lo scorso anno un nuovo record, pari a 99 miliardi.

Una cifra seconda a quella della Germania non solo in Europa ma nell’intero mondo occidentale perché per trovare un attivo industriale più alto di quello italiano – che è il quinto in assoluto – bisogna spingersi in Estremo Oriente, cioè in Cina, Giappone e Corea. In un mercato globale così competitivo e con un Paese alle spalle dove solo ora si stanno finalmente avviando, per usare le parole del Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, “riforme impensabili fino a 15 mesi fa”, il capitalismo italiano più meritevole, quello della manifattura che non ha niente da spartire con le rendite di posizione e con le collusioni con la politica, durante 7 lunghi anni di crisi ha retto davvero “eroicamente”, facendo uso di tutta l’intraprendenza, l’innovazione e la flessibilità di cui è capace per sopravvivere e crescere.

E che le imprese esportatrici italiane di flessibilità ne abbiano tanta, sia per battere i “nemici” interni (i vincoli da rimuovere di burocrazia, fisco, costi dell’energia, incertezza del diritto, ecc.) che quelli esterni (concorrenti sempre più agguerriti e sorretti da sistemi-Paese molto più efficienti del nostro) sono i numeri a dimostrarlo.

Il lusso italiano è sempre più desiderato nei Paesi emergenti. L’arredo-casa, con un mercato domestico letteralmente collassato, si è difeso bene conquistando nuovi mercati. L’alimentare e i vini arrivano lanciatissimi alla vetrina dell’Expo 2015. A sua volta, la farmaceutica, anche col sostegno di importanti investimenti stranieri, è letteralmente esplosa, con un balzo di 8,3 miliardi dal 2008 al 2014 dell’export di farmaci confezionati, salito da 10,3 a 18,6 miliardi.

Ma forse la faccia del made in Italy che per forza e intraprendenza oggi più sorprende persino i nostri tradizionali concorrenti tedeschi è quella della meccanica, degli ingegneri, dell’impiantistica.

Ne fa prova un un surplus con l’estero nel 2014 di 50,4 miliardi per le macchine e gli apparecchi meccanici e di 7,2 miliardi per quelli elettrici.

In Italia si costruiscono le migliori macchine per imballaggio e per l’industria alimentare del mondo, c’è una meccatronica fortissima, si disegnano e realizzano i banconi refrigeratori acquistati da tutti i big della grande distribuzione internazionale, si producono valvole, rubinetti, pompe, ingranaggi, bulloneria di qualità unica. E si realizzano su misura per i clienti macchine utensili gigantesche, per forgiare parti di aerei, di turbine, di grandi trattori e bulldozer.

Macchine come il più grande tornio verticale del mondo che due giorni fa il premier Renzi ha visitato alla Pietro Carnaghi di Villa Cortese, tra Busto Arsizio e Milano. Un tornio che una grande multinazionale tedesca ha comprato per costruire una ventina di turbine Kaplan di oltre 12 metri di diametro di una delle più grandi centrali idroelettriche del mondo.

Solo in Italia potevano fabbricare un simile tornio, alla Carnaghi, una azienda che ha fatto della flessibilità e dell’innovazione le sue parole d’ordine e dove il responsabile della ricerca e sviluppo è un giovane di 35 anni laureato al Politecnico di Milano, così come viene dal Politecnico il trentunenne che, sempre per la Carnaghi, ha diretto la costruzione chiavi in mano di una intera fabbrica per la Caterpillar negli Stati Uniti.

Non tutti i “cervelli” fuggono dal nostro Paese, quelli dell’ingegneria restano. Perché la Silicon Valley della meccanica europea è ormai il Nord Italia.

 da Il Sole 24 Ore del 15.03.2015

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