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Prigionieri delle tasse

di Enrico Marro

Che sia difficile trovare 6,7 miliardi di euro da mettere nelle buste paga di 10 milioni di lavoratori dipendenti è noto. Quando poi, la settimana scorsa, Matteo Renzi ha aggiunto che il bonus (i famosi 80 euro al mese) sarebbe andato anche ai cosiddetti incapienti, cioè ai circa 4 milioni di dipendenti che guadagnano meno di 8 mila euro lordi l’anno, al ministero dell’Economia hanno dovuto ricominciare da capo, dovendo scegliere tra due strade: o la ripartizione dei 6,7 miliardi su una platea più ampia, rischiando di vanificare quella che con una certa (troppa) esagerazione lo stesso presidente del Consiglio ha definito una «terapia d’urto», o il reperimento di altre risorse. Ma dove? Il governo è partito con obiettivi ambiziosi, spiegando che le coperture al decreto legge che verrà approvato oggi sarebbero venute dai tagli strutturali della spesa pubblica.

Poi ha specificato che da queste voci si potevano ricavare non più di 4 miliardi e mezzo mentre per gli altri 2,2 si sarebbe provveduto con entrate una tantum . Ma negli ultimi giorni questo quadro è stato messo in discussione da un fiorire di indiscrezioni trapelate dalle stanze dello stesso governo. Forse i miliardi assicurati dai tagli della spesa saranno un po’ meno e le una tantum vacillano. Quando i conti non tornano, la tentazione di trovare le coperture con la scorciatoia di aumentare le tasse è forte, soprattutto se si ha bella e pronta una giustificazione etica: redistribuire dai ricchi ai poveri. Il governo ha fatto bene, ieri, a smentire l’ipotesi di un taglio delle detrazioni fiscali (per esempio, le spese mediche) che avrebbe colpito in particolare i redditi medio-alti, ma che comunque è scritta nelle bozze del decreto in circolazione (articolo 38 ).

Resta in campo l’idea di colpire le retribuzioni dei dirigenti pubblici, non solo fissando il tetto dei 239 mila euro lordi come per il presidente della Repubblica, che può avere una logica, ma tagliando in maniera lineare anche gli stipendi sotto il tetto, fino a colpire retribuzioni di 60 mila euro lordi. Ma attenzione a scambiare il ceto medio per i ricchi, un errore nel quale si può facilmente incorrere prendendo come riferimento le dichiarazioni dei redditi, che purtroppo offrono una rappresentazione falsa della situazione. Il ceto medio in Italia è letteralmente stritolato dalle tasse. Bastano pochi numeri a dimostrarlo, quelli recentemente diffusi dallo stesso governo e relativi alle dichiarazioni dei redditi 2013 (anno d’imposta 2012). Su 41,4 milioni di soggetti Irpef, 10,2 milioni non pagano nulla, in pratica uno su quattro, o perché stanno nella no tax area (meno di 8 mila euro) o perché azzerano l’imposta con le detrazioni. Il 5% dei contribuenti più agiati è quello che ha un reddito superiore a 48.576 euro lordi, circa 2.750 euro netti al mese. Costoro hanno versato 57 miliardi e mezzo di Irpef su un totale di 152 miliardi, cioè il 38%. Bene, sapete quanti sono per il Fisco quelli che hanno più di 2.750 euro netti al mese? Appena 2 milioni di contribuenti. Quindi il 5% di chi sta meglio paga da solo il 38% dell’Irpef. Insistere ancora su questi 2 milioni che non sfuggono al prelievo alla fonte non sarebbe equo a fronte di un mancato gettito da evasione fiscale pari a 120 miliardi. Renzi ha promesso un bonus coperto da tagli strutturali di spesa pubblica improduttiva e inefficiente. Non si chiede altro .

 dal Corriere della Sera del 18.04.2014

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