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Portiamo il risparmio degli italiani in azienda

Proposte. Una ricerca di Arca Sgr e Prometia: nei prossimi tre anni al mondo produttivo mancheranno 100 miliardi di finanziamenti
«Portiamo il risparmio degli italiani in azienda»
Tabellini (Bocconi): le imprese emettano mini-bond. E i fondi comuni potrebbero investirci

di Stefano Righi

Le imprese italiane dipendono in maniera eccessiva dal finanziamento bancario. E in tempi di stretta creditizia questo fattore pone un’ipoteca gravosa sulla tenuta stessa del sistema industriale italiano. Specie quello, vivissimo, delle Pmi, la quasi totalità delle aziende italiane. «In Italia c’è una quantità elevata di risparmio privato – spiega Guido Tabellini, docente di economia all’università Bocconi, di cui è stato rettore – che andrebbe convogliato direttamente verso le aziende produttive. La crisi del credito è una straordinaria opportunità per cambiare il paradigma in essere ed offrire alle imprese fonti di finanziamento diverse dal sistema bancario». Tabellini prende spunto da un’analisi di mercato recentemente realizzata da Prometeia per conto di Arca sgr.

«Si possono configurare – evidenzia Tabellini – almeno due possibili soluzioni. Una è la cartolarizzazione dei prestiti bancari. Ovvero, le banche sfruttano la loro conoscenza per generare prestiti in favore delle aziende più meritevoli e magari con prospettive di sviluppo verso i mercati esteri e cedono una parte di questi prestiti a fondi di investimento specializzati in piccole e medie imprese, ottenendo un allentamento dei vincoli sul proprio capitale e offrendo ai risparmiatori un rendimento potenzialmente più elevato grazie a fondi gestiti professionalmente».

L’altra possibilità, secondo Tabellini, vede le banche aiutare le imprese sulla strada che porta all’emissione di «mini-bond» aziendali. «Queste obbligazioni – evidenzia il docente – andrebbero impacchettate in un veicolo che emetterebbe obbligazioni sul mercato, che potrebbero essere sottoscritte da fondi gestiti professionalmente».

In entrambi i casi le aziende si troverebbero sgravate da un rapporto quasi esclusivista con il sistema bancario, aiutando gli istituti di credito ad alleggerire i vincoli sulla quantità di impieghi rispetto al capitale, offrendo al contempo, ai risparmiatori, l’opportunità di ricavare una maggiore remunerazione dei propri risparmi, grazie a obbligazioni legate alle performance delle aziende più dinamiche e votate all’export.

Non è però un progetto semplice. «In entrambe i possibili percorsi – sottolinea Tabellini – risulta difficile dare una corretta valutazione ai prestiti. Serve il coinvolgimento non solo del sistema bancario e delle Authority, ad esempio per la vigilanza sulla liquidità dei titoli, ma anche delle agenzie di rating, dei fondi e dei promotori finanziari. Coordinare tutte queste realtà non è facile, ma è necessario l’impegno di tutti questi soggetti per far nascere questo nuovo mercato». Il passato rema contro: altri tentativi di Borse dedicate al finanziamento delle Pmi non hanno riscosso il successo atteso: «ma all’epoca c’era il credito bancario a cui attingere – evidenzia Tabellini -, oggi il panorama è mutato. La crisi offre l’opportunità di cambiare il rapporto tra capitali e imprese, portando una parte del risparmio direttamente in azienda».

Prometeia stima in 100 miliardi di euro il differenziale triennale (al 2015) tra la richiesta di credito delle aziende italiane e l’offerta proveniente dal sistema bancario. «A oggi – conclude Tabellini – l’attivo dei fondi comuni obbligazionari flessibili bilanciati investito in Italia è di circa 340 miliardi di euro. Basterebbe dirottare una piccola parte della somma verso queste nuove iniziative per colmare parte di quel gap prospettato. Senza contare gli investitori istituzionali non italiani. Ad esempio due terzi dei 50 miliardi di dollari investiti annualmente in nuove emissioni dal complesso delle assicurazioni statunitensi viene investito al di fuori degli States. E l’Italia è la seconda manifattura d’Europa e la quinta al mondo. Un’economia non presente nei portafogli degli investitori istituzionali perché finora quasi interamente finanziata dalle banche». Segnali di cambiamento.

da Corriere della Sera, CorrierEconomia, 20 aprile 2013

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