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Politica economica. Dietro la ripresa

Da luglio 2014 il deficit italiano nel sistema dei pagamenti UE è di nuovo in peggioramento. Il nodo degli investimenti produttivi (e esteri) che ancora non tornano

Nell’ultimo anno. Si registrano deflussi netti di capitali dal nostro Paese per 105 miliardi di euro

La Germania. A Berlino accade il contrario: gli afflussi sono superiori alle uscite

di Federico Fubini

Guardate la figura qui a fianco. La prima impressione è che sia una farfalla che apre le ali. L’ala in alto appartiene alla Germania, quella sotto la riga è dell’Italia. Ma sono ali strane, che tornano ad allargarsi verso la coda proprio come quelle del più nobile fra gli insetti. Ed è così che raccontano non solo la storia di questi anni, ma anche una seconda vicenda ancora più attuale e un po’ trascurata: riguarda la persistente vulnerabilità dell’Italia, ben coperta dai segnali (autentici) di ripresa, e la fiducia rigorosamente a tempo che oggi il Paese riscuote nel mondo in attesa che il governo realizzi ciò che ha messo in cantiere. Le ali nel grafico rappresentano i saldi del sistema di transazioni fra banche centrali nell’area euro, conosciuto dagli addetti ai lavori come Target 2. Sono la fotografia di tutti i pagamenti – eseguiti per motivi commerciali o finanziari – fra chi vive in un certo Paese dell’area euro e chi risiede negli altri. Un Paese che viaggia sotto la linea, come l’Italia, è in disavanzo: i capitali in uscita dai confini sono più di quelli in entrata; viceversa per la Germania gli afflussi sono superiori ai deflussi. Gli apici delle ali di questa farfalla riassumono la storia della tempesta finanziaria di inizio decennio. Ancora nei primi mesi del 2011 l’Italia si trovava in equilibrio o in leggero surplus in Target 2; poi è esplosa la crisi di fiducia, gli investitori esteri hanno iniziato a disfarsi di qualunque titolo italiano e il saldo è piombato in rosso fino a un record di meno 289 miliardi di euro nell’agosto del 2012. Quello fu il momento in cui Mario Draghi pronunciò il suo famoso «whatever it takes»: il presidente della Banca centrale europea garantì che avrebbe fatto «qualunque cosa» per preservare l’euro, riportando così la fiducia. Da allora il deficit dell’Italia è migliorato gradualmente fino a un saldo, sempre negativo ma meno pesante, di 130 miliardi di deficit del luglio 2014. Siamo a quattordici mesi fa. È in quel momento che inizia ad accadere qualcosa di apparentemente fuori linea rispetto alla ripresa oggi in corso. Dal luglio 2014 in poi, il deficit dell’Italia nel sistema dei pagamenti europeo riprende a peggiorare. La caduta diventa sempre più intensa, fino ad accelerare quest’estate e poi in settembre. In poco più di un anno si registrano deflussi netti di capitali dal Paese per 105 miliardi di euro (da meno 130 di luglio 2014 a meno 235 miliardi agli ultimi dati). L’ala italiana della farfalla disegna così il suo secondo vertice. Per qualche motivo vengono spediti molti soldi oltre confine o richiamati molti soldi dall’estero, proprio mentre in Germania si registrano afflussi netti per somme simili. Da maggio scorso la fuoriuscita dall’Italia diventa persino più veloce che durante alcune fasi della crisi, 60 miliardi di deflussi netti solo negli ultimi quattro mesi. È strano, in fondo. L’Italia sta pagando tassi d’interesse minimi sui titoli di Stato, lo spread con il Bund tedesco a dieci anni è sotto quota 100 punti. Eppure, se continua così, tra non molto il saldo negativo di Target 2 tornerà agli stessi livelli di quando lo spread era oltre 500. Cosa sta succedendo? Esistono (anche) spiegazioni tecniche. I massicci acquisti di titoli e le iniezioni straordinarie di liquidità da parte della Bce fanno sì che il Tesoro e le banche italiane oggi siano piene di fondi. Ben finanziate dalla banca centrale. Hanno meno bisogno di raccogliere denaro sul mercato, anzi ne rimborsano, dunque il saldo peggiora perché i prestiti un tempo spediti all’Italia tornano ai creditori esteri. Eppure da quando la Bce è in campo nessun altro Paese dell’area euro mostra peggioramenti così violenti dei saldi. Un’altra spiegazione forse è proprio la ripresa italiana: torna la fiducia, gli italiani comprano di più anche prodotti stranieri, l’import cresce più dell’export e così il saldo dei pagamenti va in rosso. È possibile, anche se niente di tutto questo rimuove quella che sembra la ragione di fondo: pochissimi dall’estero stanno investendo per produrre in Italia, moltissimi dall’Italia preferiscono puntare il loro denaro per fare qualcosa all’estero. Sotto la superficie di una ripresa ciclica, la debolezza profonda del Paese resta intatta. Dal 2007 al 2014 gli investimenti produttivi sono crollati del 33% – meno 126 miliardi in termini reali – e non stanno ancora ritornando. La disoccupazione e il crollo dei consumi si spiegano così. Guardate la seconda figura. Rispetto ai livelli di inizio secolo (e di inizio dell’euro) gli investimenti nel Paese viaggiano 20 o 30 punti sotto ai livelli degli altri Paesi europei. Dal loro punto più basso alla fine dello scorso anno, sono risaliti di meno dello 0,1% del Pil. Non è un caso se la produttività in Italia mostri i risultati peggiori, ma proprio questa incapacità di creare valore a causa dei ritardi tecnologici, burocratici, giudiziari o dell’istruzione tiene lontani nuovi investimenti. Diventa una spirale perversa. Il governo ha promesso di spezzarla intervenendo su ciascuno di questi fronti. Gli investitori esteri prendono nota e aspettano che accada restando alla finestra, mentre l’Italia gode della tutela (provvisoria) della Bce. Per ora le leggi di Stabilità sul 2015 e 2016 hanno impegnato 400 milioni in incentivi agli investimenti (Patent Box, nuova Sabatini sui macchinari, «superammortamento»), e oltre trenta volte di più in stimoli ai consumi delle famiglie con il bonus da 80 euro e la detassazione della prima casa. È come ricostruire una casa partendo dal tetto. Dà fiducia e ripara dalla pioggia. Ma prima che la legge di gravità torni a imporsi, va fatto il resto.

dal Corriere della Sera del 01.11.2015

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