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Politica e fiducia. La macchina dell’incertezza

di Luca Ricolfi

Si fa presto a dire fiducia. Anzi a pretenderla dai cittadini. Nell’estate scorsa, di fronte ai primi dati Istat che mettevano in forse le certezze governative di qualche mese prima, il ministro dell’Economia dichiarava: «Alle famiglie dico: dovete avere allo stesso tempo fiducia e dovete spendere al meglio le risorse aggiuntive che vi vengono trasmesse». Qualche mese dopo, siamo ai primi di gennaio di quest’anno, l’Istat rivela che le famiglie non hanno obbedito affatto, e gli 80 euro li hanno usati soprattutto per pagare le tasse e risparmiare. Ma la politica non sembra avere capito, la lezione, attende fideisticamente la svolta, pensa che prima o poi l’aumento del reddito si tradurrà in consumi e investimenti. Nel frattempo, per «invertire le aspettative» si affida a Mario Draghi e alla Banca centrale Europea, che giovedì prossimo dovrebbe varare il fin troppo spasmodicamente atteso acquisto di titoli di stato, il cosiddetto Quantitative easing.

La convinzione che la fiducia sia la variabile chiave, quella intorno a cui gira tutta l’economia, quella i cui capricci possono interrompere la crescita ma anche farla ripartire, è fra le più solidamente piantate nelle nostre teste. E non senza buoni motivi, perché non si tratta di una convinzione del tutto erronea. Periodi di crescita drogata e bolle speculative, ad esempio, sono anche la conseguenza di un eccesso di fiducia, di un’euforia dei mercati che gonfia i prezzi di azioni e immobili. E i crolli economici e finanziari possono anche essere prodotti da ondate di panico, come quando tutti corrono agli sportelli a ritirare i propri soldi (è quel che sta succedendo, anzi risuccedendo, in questi giorni in Grecia).

Riconosciuto tutto ciò, è forse bene anche rendersi conto dei limiti della fiducia. Non nel senso che la fiducia conti poco, ma nel senso che non piove dal cielo. Quando i politici esortano le famiglie ad avere fiducia, le imprese a fare la propria parte, i cittadini a prodursi in uno «scatto di reni», sembrano presumere, molto idealisticamente, che coraggio e fiducia siano puri atti di volontà, stati psicologici e abiti mentali che noi possiamo adottare solo che lo desideriamo, magari persuasi e infiammati dalle parole alate di qualche tribuno in tv.

Non è così, sfortunatamente. Una dichiarazione avventata è sufficiente a generare il panico, ma per costruire la fiducia, quella che serve a un paese per risollevarsi, non servono parole ma atti concreti. Atti positivi, naturalmente, ma anche atti negativi. Opere ma anche omissioni. Fare, ma anche astenersi. Perché la via maestra per creare fiducia è smettere di produrre le condizioni che alimentano la sfiducia.

Anziché chiederci che cosa dovrebbe fare la politica per infondere fiducia negli italiani, forse dovremmo pretendere una cosa più semplice: che chi ci governa si astenga dal generare sfiducia.

Ma qual è lo strumento con cui la politica, tutti i santi giorni, fa crescere la nostra sfiducia?

I moralisti risponderanno: la corruzione e gli scandali. Io penso di no. Il penoso spettacolo che un ceto politico incolto, parolaio e arruffone fornisce al paese, ritrasmesso ogni sera in tv, diminuisce solo la nostra fiducia nel ceto politico stesso, ammesso che – arrivati al fondo – si possa scendere ancora un po’.

Ma la fiducia che conta, quella senza la quale ritardi un acquisto, rinunci a un investimento, metti da parte un progetto di vita, la fiducia che può modificare il destino di un paese, dipende meno dalla qualità morale del ceto politico che dalla sua capacità di metterci nelle condizioni di prendere le nostre decisioni, fare le nostre scelte, pianificare il nostro futuro. In breve: amministrare la nostra libertà. È questo che conta per noi, ed è questo, ahimè, che la politica quotidianamente distrugge. E lo fa con un’unica, micidiale, arma di distruzione di massa: la continua, sistematica, inesorabile produzione di incertezza. È questo che crea sfiducia, è questo che ritarda l’uscita del paese dalla palude in cui annaspa da almeno quindici anni.

Vogliamo fare qualche esempio?

In generale, l’eccesso di produzione normativa. Testi illeggibili (chi ha tempo provi a leggere quello del Jobs Act), in spregio delle direttive europee che vietano i rimandi incomprensibili ad altre leggi. Norme che quando vanno in Gazzetta ufficiale necessitano di regolamenti attuativi, e non di rado decadono perché i ministeri dimenticano di scriverli. Errori nei testi di legge, che devono essere corretti da nuove leggi. Retromarce clamorose, come quella sull’aliquota Irap, prima ridotta dal 3,9 al 3,5% e poi riportata retroattivamente al 3,9%, in spregio dello statuto del contribuente.

Ma passiamo ai casi particolari, che sono il vero carburante della nostra incertezza.

Nell’anno trascorso, una formidabile fonte di incertezza è stato proprio il bonus da 80 euro. Non avendo previsto fin dall’inizio il suo carattere permanente, né individuato le risorse necessarie per rinnovarlo nel 2015, il governo ha vanificato con le sue stesse mani la principale misura di politica economica attuata nel 2014. E infatti è accaduto quello che quasi tutti gli osservatori indipendenti avevano previsto, e l’Istat ha certificato pochi giorni fa: nel dubbio sul futuro del bonus, la gente ha preferito risparmiare piuttosto che spendere.

In materia di fisco, l’incertezza è scolpita negli atti e nelle omissioni della Legge di stabilità. Della tanto reclamizzata “imposta unica sulla casa”, annunciata come imminente dopo le allucinanti code di dicembre per pagare le tasse sulla casa, non vi è traccia nella Legge di stabilità. In compenso vi compare la minaccia di aumentare l’Iva e altre imposte sia nel 2016 (cioè fra meno di un anno) sia nel 2017, se certi risparmi di spesa, come è del tutto verosimile, non verranno realizzati.

Una scelta, questa di inserire la “bomba a orologeria” dell’inasprimento dell’Iva (fino al 25,5%), che aumenta la fiducia delle autorità europee nell’Italia, ma a prezzo di aumentare l’incertezza degli italiani verso il proprio futuro.

Ma l’esempio più drammatico di produzione politica di incertezza riguarda il lavoro. Nello scorso autunno il governo annuncia sgravi contributivi di notevole entità sulle assunzioni con il nuovo «contratto a tutele crescenti», che dovrebbe decorrere dal 1° gennaio 2015; Tito Boeri, il padre dell’idea del contratto a tutele e crescenti, fa subito notare che questo annuncio, non accompagnato da una legge immediatamente operativa, produrrà un rallentamento delle assunzioni nell’ultima parte dell’anno, in attesa di sapere se si è in condizione di usufruire dei nuovi sgravi; puntualmente, a ottobre l’occupazione diminuisce e la disoccupazione aumenta, e a novembre pure (di dicembre non abbiamo ancora i dati); arriva il 1° gennaio, quando finalmente dovrebbe partire il nuovo contratto, ma il governo non è pronto, né risponde alla domanda (posta su queste colonne) su quando diavolo si potrà cominciare ad assumere con il nuovo contratto; nel frattempo chi vorrebbe assumere aspetta e spera.

Chiunque viva quotidianamente nel mondo del lavoro, o semplicemente abbia a che fare con la Pubblica amministrazione, è in grado di produrre innumerevoli esempi dello stesso tipo: casi in cui per aumentare la fiducia nella politica e nei suoi esponenti si fanno annunci mirabolanti, e per l’incapacità di far seguire alle parole i fatti si seminano incertezza e sfiducia.

Ecco perché gli inviti dei politici ad avere fiducia hanno un che di stonato, per non dire di beffardo. Perché la politica il potere di creare fiducia ce l’avrebbe, ma per esercitarlo dovrebbe rinunciare a creare incertezza.

 da Il Sole 24 Ore del 18.01.2015

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