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Piquadro torna al made in Italy. “Cina? No, meglio la Toscana”

Per borse e valige di fascia alta nuova fabbrica vicino Firenze

di Giuliana Ferraino

MILANO — Manifattura di ritorno dalla Cina. Dopo anni di outsourcing verso il Sud Est asiatico in cerca di manodopera a basso costo, c’è una novità grande così: la produzione sta tornando in Italia. «Tante aziende, tra cui la mia, hanno già cominciato un processo di riallocazione nel nostro Paese», afferma Marco Palmieri, 48 anni, fondatore e amministratore delegato di Piquadro, azienda che fattura circa 65 milioni di euro con prodotti di pelletteria, quotata a Piazza Affari dal 2007. Piquadro già produce con pellami italiani, e nel nostro Paese conserva alcune linee, tra cui gli articoli fatti «su misura», ma adesso «abbiamo intenzione di riorganizzare la nostra manifattura, raddoppiando ogni anno la produzione in Italia», anticipa l’imprenditore-manager di Porretta Terme.

Il cambio di strategia? Produrre in Cina per i marchi di fascia alta conviene sempre di meno, non solo perché i costi stanno crescendo, ma anche perché, grazie all’espansione della domanda interna, aumenta la richiesta di made in Italy fatto davvero in Italia. «Negli ultimi tre anni nel settore della pelletteria, ma credo che la tendenza sia molto simile nel comparto dell’abbigliamento, i costi per la manodopera in Cina sono saliti del 58%», dice Palmieri. Per capirci: «Dieci anni fa il costo della manodopera cinese era un decimo di quella italiana, oggi tenendo conto di tutti gli aspetti correlati, come i dazi, i costi di trasporto e i tempi di approvvigionamento, la differenza si è ridotta solo a un terzo. I costi italiani però sono stabili, quelli cinesi in forte aumento». Senza dimenticare la lenta ma costante rivalutazione dello yuan.

Di fronte a questo cambiamento più rapido del previsto, molte aziende stanno riallocando le produzioni nei Paesi vicini, come Vietnam e Bangladesh, «ma le problematiche gestionali e l’assenza della filiera sono fattori importanti e difficili da governare, soprattutto per i prodotti premium», valuta Palmieri. Il contesto? L’aumento del potere d’acquisto delle upper class asiatiche premia il Made in Italy come garanzia di qualità, ma il cambiamento va a braccetto con la progressiva e inevitabile perdita di competitività della Cina, finora considerata la fabbrica del mondo. con un problema in più: l’incertezza sul futuro dei costi in questo Paese. «In questa situazione riportare un certo tipo di manifattura in Italia può essere un’opportunità interessante», argomenta Palmieri. Tanto che perfino «alcuni marchi cinesi vorrebbero produrre qui».

Dal Guandong, nella costa meridionale cinese, dove oggi vengono prodotte le borse e le valige, Palmieri punta dritto sulla Toscana, dove già producono i marchi storici della pelletteria di lusso, come Prada e Ferragamo. Gaggio Montano, dove nel 2006 è stata inaugurata la nuova sede di Piquadro, è in provincia di Bologna ma dista appena un’ora da Firenze. In Toscana il gruppo lavora con piccole aziende artigiane con 10-20 dipendenti, ma Palmieri sta valutando un investimento per uno stabilimento produttivo, da adattare alle proprie esigenze e costruire la propria struttura manifatturiera come ha fatto a suo tempo in Cina.

L’inversione di strategia non è un caso isolato. «Molti miei colleghi, che non posso nominare, stanno facendo le nostre stesse valutazioni, e anche molti grandi gruppi del lusso mondiale stanno acquistando aziende di produzione italiane», rivela Palmieri. E aggiunge: «L’asimmetria che ha generato tanta difficoltà alla manifattura italiana di fascia media e alta si sta riducendo, i valori di qualità, flessibilità, creatività italiani possono fare da driver a un ritorno dell’occupazione». Per un Paese come il nostro in cerca di crescita e posti di lavoro può essere l’occasione (o il tentativo) di un nuovo Rinascimento manifatturiero.

dal Corriere della Sera del 09.01.2014

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