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Per il distretto una fine annunciata. Ma ora che fare?

di Giuseppe De Tomaso

Correva l’anno 2000. Il salotto pugliese e lucano volava nei continenti e nei fatturati. Il miracolo murgiano richiamava compratori e inviati da ogni pertugio del pianeta. Persino il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, guardava stupefatto agli exploit dei distretti italiani, e in particolare al prodigio di Santeramo e Matera. «Dobbiamo studiare, e anche imitare i distretti industriali italiani», raccomandava l’uomo più potente del mondo ai suoi sherpa. Pareva che per l’impero intercontinentale del divano pugliese, come per l’impero di Carlo V (1500-1558), non dovesse mai tramontare il sole. Un successo dopo l’altro: chi avrebbe immaginato che nel giro di pochi anni la filiera del salotto made in Murgia si sarebbe frantumata in mille pezzi, come un cristallo?

Sarà proprio Pasquale Natuzzi, l’artefice dello show stilistico-produttivo a pochi chilometri da quei Sassi materani che sconvolsero Alcide De Gasperi (1881-1954) ispirandogli l’idea della Cassa per il Mezzogiorno, a lanciare su queste colonne il più inatteso grido d’allarme. Neppure Cassandra avrebbe saputo o potuto descrivere uno scenario così drammatico. Amici imprenditori e amici della politica – avvertiva il patron della multinazionale italica che ha messo a sedere l’America – non è tutto oro quello che luccica nel distretto. Se non realizzeremo una politica di marca, se non investiremo nel marketing, se non otterremo le infrastrutture necessarie, se non riusciremo a fare squadra (anziché farci la guerra con colpi proibiti), entro dieci anni l’area del salotto sarà più desertificata del Sahara.

Quel messaggio di Don Pasquale, leader mondiale dei divani in pelle, venne accolto senza particolari angosce. I più sofisticati bollarono le sue parole come una provocazione intellettualistica o un’esagerazione snobistica da parte di un uomo che, nel giro di pochi lustri, era riuscito a trasmigrare dal laboratorio monocamerale alla quotazione a Wall Street, fatto quasi unico non solo per il Mezzogiorno, ma per l’Italia intera.
Ci volle poco per scoprire che Natuzzi non era un pessimista, bensì un realista ben informato. Non solo. La crisi arrivò persino in anticipo rispetto alle previsioni natuzziane. Prima lo stupro delle Torri Gemelle che scoraggerà gli acquirenti di mezzo mondo. Poi il saliscendi dell’Euro, la concorrenza-choc dei prezzi asiatici, la cinesizzazione di alcune fabbriche nostrane, il sempre crescente costo del lavoro assesteranno cazzotti da infarto nei capannoni divanieri, che si svuoteranno di decine e decine di migliaia di lavoratori, dirigenti e proprietari.

Natuzzi si difese meglio di tutti. Primo, perché l’imprenditore di Santeramo capì sùbito che dopo aver costruito varie fabbriche, ora doveva realizzare una marca, ovviamente nel segmento di alta gamma, vuoi perché l’avvenire del Sud aveva senso solo nella prospettiva del polo, del paradiso dei super brand, vuoi perché solo l’elevata qualità è, nell’era dei continui traumi industriali, l’antidoto più aciclico, o addirittura, più anticiclico.
Secondo, perché Natuzzi comprese immediatamente che se avesse voluto salvare la produzione in loco avrebbe dovuto realizzare stabilimenti all’estero, vicino ai suoi concorrenti internazionali. Solo la delocalizzazione – supremo paradosso della globalizzazione – avrebbe permesso di sopravvivere alle fabbriche in Italia. Solo gli utili ottenuti oltre frontiera avrebbero potuto compensare, almeno in parte, i passivi patiti intra moenia.

È andata così per qualche anno. Anche perché Natuzzi è attaccato al territorio come l’edera al muro. Preferirebbe tagliarsi un braccio piuttosto che chiudere qui i battenti delle sue aziende e decidere di trasferirsi in Cina o in Brasile. Ma la crisi è una brutta bestia, specie se dev’essere affrontata con le mani legate: tra concorrenza ultra-malandrina e livello del costo del lavoro (in Italia) è pressoché impossibile rimanere in piedi come in passato. I salotti realizzati nei posti dove lo sfruttamento (non solo) minorile è la regola te li vendono a prezzi da regalo. L’unica speranza, per non alzare bandiera bianca, resta il progetto di marca, che non va abbandonato. Ma, nel frattempo, bisogna dare una risposta, una speranza a quei dipendenti il cui futuro può rivelarsi più oscuro di una nottata senza luna.

E qui entrano in scena i poteri pubblici. Qualcuno obietterà che è azzardato spendere il denaro dei contribuenti per sostenere gli addetti di un settore emarginato dalla concorrenza internazionale. Può essere. Ma il distretto appulo-lucano non è in agonia perché altri produttori hanno saputo realizzare poltrone e divani migliori, più apprezzati dai consumatori. Anzi. Sul piano della qualità non c’è partita. Il gusto italico resta inarrivabile.

Il declino del salotto è solo figlio di uno stravolgimento di regole, di un sovvertimento di costi e di un peso (fiscale e contributivo) insostenibile per chiunque voglia agire nella legalità. Ecco perché lo Stato non dovrebbe restare a guardare, come le stelle di Cronin. Primo, perché non è stato il mercato a decretare la fine del miracolo murgiano, semmai lo snaturamento del mercato stesso. Secondo, perché non bisogna cestinare un patrimonio di conoscenze e qualificazioni produttive che solo pochi anni addietro faceva crepare d’invidia e ammirazione studiosi e amministratori giunti da realtà assai più fortunate della cara e sperduta Murgia.

da La Gazzetta del Mezzogiorno del 2.07.2013

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