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Oltre i luoghi comuni. Il video sulla vera Italia

Otto stereotipi rovesciati in modo efficace. Per una volta sappiamo promuoverci all’estero

di Beppe Severgnini

Ieri è accaduta una cosa strana. Al secondo posto tra i video più visti di Corriere.it , subito dopo una scenata isterica su un traghetto canadese, un filmato del governo italiano, mostrato al World Economic Forum di Davos per smontare i luoghi comuni sul Paese, e spiegare in cosa siamo bravi. Un ottimo video promozionale? Del governo italiano? In inglese?! Ci dev’essere un errore. L’ho subito guardato: mi è piaciuto. L’ho twittato («Per raccontare l’Italia un ministero produce video impeccabile: sogno o son desto?»). In mezz’ora cento persone l’hanno messo tra i preferiti e molte altre l’hanno commentato per tutta la giornata.

Di cosa si tratta? Di un’operazione intelligente, che parte da una riflessione: inutile negare gli stereotipi sull’Italia, meglio rovesciarli (con sottofondo pianistico). Pizzaioli? «L’Italia è un leader mondiale nella creazione di grandi infrastrutture – 1.000 costruzioni in 90 Paesi». Latin lover? «L’Italia ha il 5° surplus commerciale di prodotti manifatturieri». Amanti della dolce vita? «L’Italia è il leader indiscusso nella produzione di super-yacht, con il 40% degli ordini mondiali». E così via. Per chiudere: «Italy the extraordinary commonplace», Italia il luogo comune straordinario. L’inglese è modellato sull’italiano – «gesticulators» esiste, c’è però un modo migliore per dire che sappiamo parlare con le mani – ma l’approvazione resta. Lo stupore, pure.

I nostri governi, quando hanno tentato di promuovere l’Italia all’estero, hanno prodotto piccole catastrofi. Memorabile fu www.italia.it , costosissimo e anacronistico portale, impreziosito dal linguaggio psichedelico di Francesco Rutelli («Pliz vizit the uebsàit but, pliz, vizit Italy!»). Altri esempi? Quanti ne volete: dalle esternazioni di Silvio Berlusconi all’impotenza dell’Enit, dall’assenza di un ministero del turismo alle goffaggini comunicative del Semestre europeo, fino all’inglese di Matteo Renzi. Adeguato (e lodevole) se si tratta di parlare con altri capi di governo; insufficiente nelle occasioni ufficiali, quando il nostro giovane premier, per evitare infortuni , dovrebbe attenersi alla lingua dei concittadini Dante e Petrarca.

Stavolta, invece, bingo (istituzionale)! Cos’è successo al ministero dello Sviluppo economico? I soliti esperti si sono distratti, e un bravo stagista ha preso in mano la situazione? Di certo qualcuno – sarebbe bello sapere chi – ha capito, come dicevamo, che gli stereotipi esistono su tutti i popoli (su di noi, che siamo antichi e fantasiosi, ce n’è di più). Non serve piagnucolare e negarli: bisogna smentirli con i fatti e i comportamenti. E magari con l’ironia.

Non è facile promuovere un Paese. Tutti i popoli hanno torto, almeno in parte; e noi italiani sappiamo combinare pasticci spettacolari, piazzando scandali nei luoghi più belli del mondo. Quale notiziario rinuncia a raccontare le ruberie intorno al Mose, quando c’è la possibilità di mostrare Venezia? Quale sito d’informazione dimentica Mafia Capitale, se nella capitale in questione sono passati imperatori, papi e Anita Ekberg?

Molti diplomatici – non tutti, per fortuna – pensano sia giusto difendere l’indifendibile e negare l’innegabile. Ingenui ed illusi strillano «I panni sporchi si lavano in famiglia!». Non avviene mai: le nazioni che adottano questo motto girano con abiti mentali che mandano cattivo odore. Alcuni patrioti da strapazzo, infine, chiedono a noi giornalisti di tacere sugli infortuni italiani «per carità di patria». Dimenticando, come scriveva Luigi Barzini Jr, che «la miglior forma di amor di patria è essere onesti con se stessi».

A questo proposito ricordino una cosa, Matteo Renzi e i suoi ministri. Noi italiani siamo pieni di talento e tenacia, è vero. Ma per ogni ingegnere che costruisce ponti in Cina, cinque lavorano gratis in Italia con la scusa dello stage. Per ogni astronauta che mandiamo nello spazio, costringiamo centomila ragazzi a emigrare. Per ogni yacht di lusso che variamo, tolleriamo cento milioni di evasione fiscale. È vero, come ricorda il video, che «quest’anno invitiamo 140 Paesi a Expo per discutere come nutrire il pianeta». Ma è anche vero che, a Milano, non siamo stati capaci di tenere le volpi fuori dal pollaio, e la fascinosa Darsena è ancora un buco circondato da pannelli imbrattati.

Ecco: nessuno chiede di produrre un video istituzionale per raccontare al mondo tutto ciò. Ma tra noi italiani dobbiamo dircele, certe cose.

dal Corriere della Sera del 24.01.2015

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