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Nuovo sistema manifatturiero. Per l’Italia sfida dell’Industry 4.0

Servono completa automazione e interconnessione delle produzioni

di Roberto Crapelli

L’industria italiana ha dimostrato in questi anni di dura crisi la sua grande tenuta competitiva sui mercati internazionali ed ha dato un contributo decisivo alle sorti macroeconomiche del Paese grazie all’apporto delle esportazioni.

L’Italia rimane il secondo Paese manifatturiero d’Europa e fra i primi al mondo. In particolare spicca la capacità di mantenere una posizione di leadership in moltissimi segmenti di mercato o filiere di medio-alto contenuto tecnologico e rimaniamo uno dei soli cinque Paesi al mondo con una surplus commerciale positivo (superiore ai 100 miliardi di dollari, dietro solo a Cina, Germania, Giappone e Corea).

Ma nulla è scontato e si stanno già delineando i contorni delle due drammatiche sfide che il sistema manifatturiero dovrà affrontare nei prossimi anni e che decideranno del suo futuro per i prossimi decenni. Da un lato la competizione con i “poli geopolitici” americano e asiatico e dall’altro la capacità di essere fra i protagonisti della quarta rivoluzione industriale: la totale automazione ed interconnessione delle produzioni (la cosiddetta “Industry 4.0”).

L’Europa è ancora l’area economica più rilevante al mondo, ma ha il grande limite di non riuscire a sviluppare politiche comuni che riescano a difendere e a rafforzare la competitività e la capacità di investimento. Questo deficit pesa in particolare sul comparto manifatturiero, su cui tutte le aree geopolitiche mondiali stanno puntando viste le grandi ricadute in termini di aumento della produttività e della capacità di creare posti di lavoro che ad esso si legano.

L’Europa avrebbe dunque bisogno di un vero e proprio “Industrial Compact” che aiuti una rapida ed efficiente reindustrializzazione del Continente (e raggiungere così l’obiettivo del 20% di valore aggiunto industriale dal 15% odierno) e di rafforzare le imprese europee di taglia globale in tutti i settori chiave del futuro, soprattutto in quelli ad alta intensità tecnologica e più innovativi. Il rischio e’ quello di perdere la leadership nei settori piu’ tradizionali ancora presidiati e di veder relegato il nostro continente ad un ruolo secondario nello scacchiere mondiale, più concentrato com’è a discutere dei diversi interessi nazionali piuttosto che focalizzato a far fronte alla competizione globale e a ridurre il ritardo nello sviluppo di nuove imprese globali nell’high tech.

Purtroppo questo non sta avvenendo e rischieremo di pagare un prezzo molto altro per questa inerzia. Non solo perché sono le imprese altamente innovative e a maggior contenuto di conoscenza le maggiori candidate a creare nuovi posti di lavoro nei prossimi anni. Ma soprattutto perché tutte le grandi aree geopolitiche mondiali (in testa USA e Cina) stanno investendo massicciamente per supportare l’innovazione e la crescita delle proprie industrie ed i piani di ciascun Paese europeo singolarmente non potranno mai competere con le misure e le risorse che stanno mettendo i campi le grandi aree economiche del mondo.

Gli Stati Uniti sono il caso che sta più sorprendendo: il Governo ha infatti deciso di tornare a impegnarsi nello sviluppo di importanti politiche industriali, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare una manifattura d’avanguardia dopo un declino ventennale. L’amministrazione ha creato il Programma National Network for Manufactoring Innovation (Nnmi), che punta a creare hub regionali che accelereranno lo sviluppo di nuove tecnologie industriali per creare nuovi e competitivi prodotti globali. L’obiettivo dar vita entro 10 anni a 45 Institutes for Manufacturing Innovation per creare un network di innovazione industriale in tutto il Paese.

La grande competizione che si sta creando nell’industria a livello globale sta quindi sfidando tutte le economie indistintamente e la risposta non può che essere europea.

Ci vuole quindi un massiccio sforzo da parte delle istituzioni, delle aziende e del sistema finanziario per invertire rapidamente il trend e tornare a far crescere l’industria anche in Europa. Cruciale sarà lo sviluppo di azioni che consentano di intraprendere con decisione la strada per realizzare i nuovi paradigmi della produzione industriale totalmente automatizzata e interconnessa (l’Industry 4.0).

La totale digitalizzazione sarà il filo conduttore di questa nuova rivoluzione che sta già trasformando radicalmente il modo di fare industria in tutto il mondo e che si baserà su 9 tecnologie chiave: cyber security, big data, cloud computing, realtà aumentata, robotica, prototipazione rapida, radio frequency identification and tracking, super connessione degli impianti e stampa in 3D. L’Italia su alcune di queste tecnologie sconta gravi ritardi mentre su altre (per esempio la robotica) è già a buon punto. Inoltre la taglia dimensionale minore delle nostre imprese è un fattore di vantaggio in ottica Industry 4.0, in quanto riduce significativamente gli effetti positivi delle economie di scala.

Le fabbriche “intelligenti” del futuro diventeranno simili ad un social network: le macchine, la forza lavoro e le risorse produttive comunicheranno e interagiranno fra loro in maniera automatica e lo stesso avverrà a livello di settori a livello mondiale. Si creeranno infatti delle grandi catene del valore industriale (le net – filiere) completamente interconnesse e che cambieranno anche i vecchi paradigmi fornitura-produzione-commercializzazione.

L’industria si riorganizzerà intorno ad alcuni distretti globali e non conterà più tanto la localizzazione geografica quanto la capacità di riuscire ad essere connessi e, soprattutto, posizionati al punto giusto in queste catene del valore mondiali.

Vincerà chi riuscirà ad imporre il proprio modello e a diventare “pivot” del suo segmento o delle sua filiera industriale. Alcuni grandi gruppi europei, fra cui Siemens, Rollys Royce, Dassault Systèms e Bosch, stanno già investendo massicciamente in questa direzione, così come gli esempi di medie aziende che hanno avviato investimenti in chiave Industry 4.0 sono in crescita.

Conterà molto anche quanto i diversi sistema Paese saranno in grado di supportare le proprie imprese negli investimenti. Secondi i nostri calcoli l’Industry 4.0 richiederà 60 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi in Europa ogni anno da oggi fino al 2030, potrà creare 500 miliardi di valore aggiunto manifatturiero e 6 milioni di posti di lavoro in tutto il continente. È la più grande sfida che il mondo industriale si trova a dover affrontare dalla terza rivoluzione industriale della fine anni 60 che introdusse l’elettronica e l’informatica nelle fabbriche.

Terza rivoluzione industriale che l’Italia ha saputo anticipare e dominare con grande beneficio per tutto il Paese. Ora la nuova sfida, che è anche un’opportunità imperdibile in chiave europea.

Roberto Crapelli è Ad Roland Berger Italia

da  Il Sole 24 Ore del 30.12.2014

 

 

 

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