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Noi, dalla scrivania alle albe chiare sui campi

Le storie. Alice, Elia, Davide, Selene: quattro giovani imprenditori agricoli raccontano la loro scelta. Lagioia dei risultati dopo studi, “cambi di rotta”, difficoltà. L’università, l’Erasmus, l’ufficio: “Ma la mia strada era nelle risaie. Ora sono felice.”

di Stefano Landi

Alice è scesa in campo cinque anni fa. Gliel’avessero detto da piccola, quando nella sua Torino frequentava la scuola americana o quando si laureò in Economia scrivendo la tesi a New York, non ci avrebbe creduto. Invece, sotto il neon della multinazionale dove si occupava di marketing, riaffioravano i ricordi dell’Erasmus a Leuven in Belgio, quando apriva la finestra e veniva travolta dal profumo del malto. La cascina di famiglia, a 12 chilometri da Vercelli, era in mano a terzi. «Un giorno accompagnando mia mamma, tra le risaie ho scoperto un senso di pace e serenità», ricorda. Oggi Alice Cerutti ha 31 anni e da cinque, con il fidanzato che le dà una mano, produce 8 mila quintali di riso l’anno. Un salto in lungo che l’ha portata dalla scrivania al trattore. «Aro la terra, concimo, raccolgo il riso: non tornerei mai indietro. Devo tutto ai ragazzi delle associazioni di categoria della zona che mi hanno trasmesso un senso di passione e concretezza quando ancora non avevo esperienza». Nei mesi di tregua dei terreni, Alice si dà all’attività sindacale, avanti e indietro con Bruxelles. Dell’Anga, l’associazione nazionale giovani agricoltori, è diventata rappresentante. «Lottiamo contro le incertezze del mercato, i perenni dubbi sui contributi e l’onda anomala di importazioni», spiega. Dopo aver vissuto in apnea per anni in un ufficio senza mettere a fuoco i sintomi dell’insoddisfazione, tanti giovani oggi sopportano albe chiare e orari da stakanovisti. Se quella di Alice è stata un’inversione a U, tanti ragazzi per diventare agricoltori decidono di studiare, prima di entrare nella «palestra» dei campi. Davide Montagnini, 29 anni, è cresciuto tra i banchi di Agraria a Bologna, facoltà che nell’ultimo anno ha visto le iscrizioni aumentare del 34 per cento. Davide con le due sorelle e il nonno è cresciuto nella stalla di famiglia. Sognava di fare il veterinario, pur di stare a contatto con le vacche. Da quattro generazioni, la famiglia alleva bovini da latte. «È la mia pet therapy: stare chiuso in un ufficio non poteva essere il mio futuro. Ora vedo crescere piante, aiuto gli animali, il ciclo vitale mi fa star bene», racconta. Tra Bologna e Ferrara, Davide cura 200 ettari di terreno, tra fieno e mais e 500 mucche. La sveglia suona ogni mattina alle 4 e mezzo, week end compresi. «Con le sorelle cerchiamo di darci i turni per salvare qualche uscita con gli amici: d’inverno non si stacca mai prima delle otto di sera, d’estate spesso si fa la notte». Ogni giorno produce 70 quintali di latte: «Ma il prezzo lo fa il mercato, per questo il nostro ossigeno è aver creato una piccola filiera: produciamo yogurt e gelati che vendiamo a chilometro zero».Ha studiato per diventare agronomo a Firenze Elia Renzi, 28 anni. Scritto nel destino. «Già a sette anni disegnavo la fattoria dei miei sogni». Poi però crescendo gli amici iniziarono a prenderlo in giro. Un agricoltore nella società 2.0 non era così chic. «Non li sentivo nemmeno, studiavo e d’estate guadagnavo i primi soldi dando una mano nelle aziende agricole della zona. Facevo le vendemmie, salvare il territorio è sempre stata una missione». Elia si è specializzato come agronomo paesaggista, con un occhio sempre attento al contesto e la sfida a sensibilizzare la gente al rispetto del verde che ci circonda. Da 10 anni alla Fattoria Loppiano a Incisa si rimbocca le maniche e tiene le sue lezioni. I bambini sono i primi a sporcarsi le mani. Euforici. «È un mondo bellissimo che mi ha reso più sensibile. Ti insegna a star dentro alle stagioni, ti fa arrivare a sera stanco e felice».Non tutti i giovani però entrano tra i filari con una laurea in Agraria infilata nello stivale. Selene Possenti, 28 anni, si è laureata in Lettere a Brescia prima di scoprire che la qualità della vita può crescere anche senza un giorno libero e senza tachimetro per le ore di fatica. «Non avevo nemmeno un fazzoletto di terra, ho resistito a bordate di porte in faccia delle banche a cui chiedevo prestiti per iniziare l’attività: oggi con mio marito coltiviamo due ettari di frutti di boschi a Zone, sulle colline del lago d’Iseo». In tre anni l’azienda è cresciuta. Il laboratorio produce conserve e quest’estate aprirà l’agriturismo per portare in tavola il frutto della sua produzione sempre più allargata. Nel frattempo due mesi fa è nato il primo figlio. Maledetta primavera, il prossimo raccolto sarà duro ma bellissimo.

dal Corriere della Sera del 30.01.2014

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