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No all’euro-suicidio. Uniti a Bruxelles, no al suicidio industriale

di Adriano Cerretelli

Questa volta l’allarme non si ferma alle parole. Decide di scendere in piazza, nella piazza di Bruxelles per dire forte e chiaro no al suicidio dell’acciaio e della manifattura europea di fronte all’invasione della Cina che, dopo aver decimato con l’export in dumping migliaia di posti di lavoro, ora pretende di ottenere entro dicembre lo status di economia di mercato.

Questa volta la mobilitazione muove tutti gli stakeholder senza eccezioni, la siderurgia con Eurofer e Federacciai, l’industria dell’alluminio, delle parti auto, delle biciclette, dei semiconduttori, del vetro, della ceramica, della carta, dei pannelli solari, solo per citare alcuni dei 30 comparti manifatturieri rappresentati da Aegis. Domani si ritroveranno fianco a fianco nella capitale belga industriali, manager, sindacati e Ong per una manifestazione corale senza precedenti, per lanciare un segnale drammatico e inequivocabile alla Commissione Ue. La quale entro l’estate dovrà anche decidere se proporre o no di concedere alla Cina l’ambitissima promozione a economia di mercato. Uno status che di fatto la metterebbe al riparo dai temuti dazi anti-dumping. E che Pechino ritiene un atto dovuto, automatico, previsto nel 2001 dal suo Trattato di adesione al Wto. Sulla questione, invece, i giuristi Ue sono divisi.

Neanche a parlarne, dicono i produttori europei. A sostegno del netto rifiuto schierano le cifre del disastro avvenuto e a venire. Negli ultimi 15 anni l’import dell’Europa dalla Cina è quintuplicato, passando da 75 a 360 miliardi di euro con un aumento annuo dell’11,1 per cento. È triplicato il deficit commerciale. A riprova di un boom ampiamente costruito sulle pratiche commerciali scorrette, sono entrati in vigore quasi 50 dazi antidumping, le inchieste in corso sfiorano la ventina.

Le massicce sovvenzioni erogate da un’economia di Stato attentamente pianificata hanno per di più creato un’enorme sovracapacità produttiva nel manifatturiero: alluminio, semiconduttori, parti per auto, biciclette, pannelli solari, ceramica, vetro e carta. Nel solo settore dell’acciaio, che dal 2008 a oggi ha perso 85.000 occupati, il 20% del totale della forza lavoro nell’Ue e ha visto crollare in un anno i prezzi del 40%, l’eccedenza produttiva cinese ammonterebbe a 400 milioni di tonnellate, cioè a più del doppio dell’intera produzione europea (170 milioni di tonn.).

Ma il peggio potrebbe ancora venire. Secondo uno studio dell’Economic Policy Institute, se a fine anno riconoscerà alla Cina lo status di economia di mercato, l’Europa dovrà rassegnarsi nel giro dei prossimi 3-5 anni a veder aumentare l’import di manufatti tra i 72 e i 143 miliardi di euro annui, diminuire il Pil di 114-228 miliardi, cioè dell’1-2% , aumentare i disoccupati di 1,7-3,5 milioni di persone. Uno studio di Bruxelles invece sostiene che la perdita di posti di lavoro si limiterebbe a poco più di 200 mila unità. L’emergenza siderurgica è riuscita a creare un’alleanza inconsueta tra liberisti e protezionisti abituati a stare su opposte barricate commerciali: nei giorni scorso i ministri competenti di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Lussemburgo e Polonia hanno scritto una lettera congiunta alla Commissione Ue invitandola ad usare tutti gli strumenti di difesa commerciale a sostegno del settore. Mentre tutta l’industria manifatturiera la mette in guardia dal provocare la propria rovina dando alla Cina quello che oggi ancora non le spetta. Difficile infatti sostenere che si possa chiamare di mercato un’economia che funziona e cresce grazie all’interventismo massiccio dello Stato nello sviluppo e nel commercio, a sovvenzioni pubbliche generosissime e regolarmente non notificate al Wto, a molteplici barriere tecniche agli scambi, a scarsa trasparenza, misure discriminatorie nei confronti degli stranieri che operano nel paese, restrizioni all’export di materie prime, scarsissima tutela della proprietà intellettuale.

Logico invece concludere che, con questi connotati, il colosso cinese rappresenti una minaccia letale per l’industria europea. Tanto più ora che, con la crescita in frenata, Pechino sarà tentata di dirottare a prezzi stracciati sull’Unione la diffusa sovracapacità produttiva accumulata, soprattutto se, come sembra, gli Stati Uniti non cederanno sullo status di economia di mercato. Non a caso gli Stati Uniti oggi appaiono in piena sintonia con l’industria Ue nel contrastare il disarmo commerciale unilaterale dell’Europa. Dopo aver a lungo esitato, ora Bruxelles sembra aver colto i pericoli insiti nella partita. Cecilia Malmstrom, il commissario Ue al Commercio, nota liberista, non solo ha appena varato una serie di dazi antidumping sull’acciaio cinese ma appare determinata a reagire. «Vedo un’enorme sovracapacità e il dumping sull’acciaio, il che è insostenibile per l’economia e per l’ambiente. Non possiamo permettere che una concorrenza sleale minacci la nostra industria. Intendo usare tutti i mezzi possibili per fare in modo che i nostri partners cinesi giochino secondo le regole». Troppo presto per cantare vittoria. Per questo l’industria alza la voce e aumenta la pressione. L’Europa dalla crescita ostinatamente stentata non può permettersi il lusso di rinunciare al motore del manifatturiero, proprio mentre la Cina fa shopping di imprese nell’Unione per cominciare a farle concorrenza anche nei prodotti a più alta tecnologia.

 da Il Sole 24 Ore del 14.02.2016

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