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Natuzzi chiude Ginosa e Matera: “Costi ormai insostenibili, i cinesi li abbiamo in casa”

Il patron: “Noi, uccisi dalla concorrenza sleale di chi sfrutta gli immigrati”
Spero che si possa discutere con i sindacati. Vendola? Se ha una soluzione, la proponga


di Massimiliano Scagliarini

BARI – «È l’ultima cosa che avrei voluto fare nella mia vita imprenditoriale. Ma non c’erano più alternative. La concorrenza cinese, noi, ce l’abbiamo in casa, sulla Murgia, e ci danneggia anche di più della Cina e dell’euro forte. Devo fare l’impossibile per salvaguardare il lavoro per 2.800 famiglie». Amputare un braccio per evitare la cancrena: a Roma, dice Pasquale Natuzzi, ieri è stato annunciato questo. Con la multinazionale del salotto costretta – dice Natuzzi, presidente e amministratore delegato del gruppo che nel 2012 ha fatturato 465 milioni perdendone 26 – a dichiarare 1.726 esuberi, «duecento in meno rispetto alle attese». Non basta l’accordo di programma da 101 milioni, perché «noi non possiamo utilizzarlo»: «C’è un problema politico, a tutti i livelli, che andrà risolto per salvare il Paese».Insomma, presidente Natuzzi, la colpa è dei cinesi?
«Sono 10 anni che ricorriamo alla cassa integrazione. Ed è dal 1997 che siamo alle prese con il problema di un territorio che deve confrontarsi con mercati a basso costo di manodopera. Nel settembre 1997 abbiamo annunciato ai dipendenti e al mercato che non potendo più realizzare prodotti di gamma media e medio-bassa dovevamo investire in Brasile, Cina e Romania per continuare a fare volumi e margini che ci avrebbero consentito di riposizionare il marchio Natuzzi. Abbiamo investito 450 milioni di euro per riposizionarci, abbiamo fatto un’estensione di prodotto e riqualificato i 630 punti vendita nel mondo».
Che cosa non ha funzionato?
«Non potevamo prevedere l’euro, sopravvalutato rispetto al valore della nostra lira. E visto che esportiamo il 90% della produzione, siamo stati fortemente impattati da una moneta forte. La concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera, Cina in primo luogo, ha avuto uno sviluppo da fare paura e ha messo in ginocchio le industrie manifatturiere. In America le aziende che sono fallite non si contano, mentre la fabbrica del mondo si è trasferita in Cina».
E allora come si spiega l’esistenza di un distretto in Puglia, nonostante tutto?
«Posso garantire con numeri alla mano che in Puglia c’è chi produce a costi più bassi della Cina. Qui avevamo un distretto con 14.000 addetti e 500 aziende. Le aziende sono ormai pochissime, e sono rimasti 5-6mila addetti. La scelta di chi è riuscito a sopravvivere è stata di mettere operai e impiegati in cassa integrazione, ed affidarsi ad un settore terziario gestito da cinesi: sul territorio murgiano se ne contano 2.000. Il costo industriale, ciò che pagano a questa povera gente, è di 25 centesimi al minuto. Per noi quel costo è di 92 centesimi al minuto».
Ma tra tra le imprese italiane che hanno delocalizzato in Cina ci siete anche voi.
«Noi abbiamo lì uno stabilimento con 1.500 dipendenti in cui vengono rispettati i diritti umani e tutte le regole del lavoro, tanto che il nostro costo industriale in Cina è superiore a quello che i nostri concorrenti sostengono qui. È, il loro, un made in Italy a prezzi più bassi della Cina».
Al quale voi avete risposto con 10 anni di cassa integrazione, sperando in una ripresa che non è arrivata.
«In realtà la concorrenza sleale ci ha danneggiato molto, impedendoci di generare i volumi che avrebbero dato lavoro ai nostri collaboratori. Dieci anni di cassa integrazione e 6 anni di bilanci in rosso hanno bruciato 160 milioni di euro di posizione finanziaria netta. La nostra politica dei dividenti era finalizzata a lasciare gli utili in azienda, per finanziare gli investimenti senza doversi indebitare. Avevamo dei risparmi, ma ora li abbiamo bruciati tutti».
Dopo questi tagli quanti dipendenti avrà Natuzzi in Puglia?
«Sul territorio diamo lavoro a 3.200 dipendenti diretti più 1.300 nell’indotto. Oggi, sulla base degli ordini, possiamo impiegare 2.800 persone. È la peggior crisi economica degli ultimi 90 anni. Fino ad ora abbiamo resistito perché eravamo solidi, finanziariamente e sul piano dei valori. Ma adesso devo mettere in sicurezza l’azienda, e devo fare l’impossibile per salvaguardare il lavoro per 2.800 famiglie, però a condizione di riuscire a ristrutturarci e migliorare la produttività. Mi auguro che si possa discutere sul punto con i sindacati».
Ora non dica che non si aspettava lo sciopero che le hanno dichiarato ieri.
«I sindacati stanno prendendo posizioni molto rigide. Non è così che si risolvono i problemi. Dobbiamo sederci intorno un tavolo con cinque, sei o sette persone, non in ritrovarci in 100 persone come in una arena dove io sono il toro da ammazzare».
Nell’ultimo incontro, però, era parso che si potesse arrivare a un rinnovo della cassa integrazione. Quanto vi sarebbe costato, e perchè non lo avete fatto?
«Guardi, non è una questione di costi. La cassa scade il 15 ottobre, la legge prevede che la dichiarazione di mobilità venga presentata 75 giorni prima: i tempi sono questi. Avere degli esuberi e farli ruotare è un’organizzazione molto difficile, e genera problemi di produttività, qualità e redditività non sostenibili per un marchio di alta gamma come il nostro».
Nemmeno i 101 milioni dell’accordo di programma riusciranno ad alleviare il problema?
«Non conosco bene i dettagli dell’accordo di programma. Ma la Regione Puglia mette a disposizione 40 milioni di contributi a condizione che non si licenzi, e dunque non possiamo utilizzarli. I soldi della Basilicata neanche, perchè con la chiusura di Matera lì non avremo più fabbriche».
Il presidente Nichi Vendola ha definito «inaccettabile» il vostro piano industriale. Come risponde?
«E’ facile parlare così. Se il presidente Vendola ha qualche soluzione, la proponesse».

da La Gazzetta del Mezzoggiorno del 2.07.2013

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