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Misure di bilancio. Perché i tagli di spesa non sono piu’ rinviabili

di Alberto Quadrio Curzio

Il presidente Enrico Letta dedica all’economia parte significativa dell’opera di Governo che, date le condizioni politiche, è apprezzabile. È una scelta corretta perché i tenui segnali di ripresa non dicono che siamo fuori dalla crisi, come ha sottolineato il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Infatti ci vorranno anni per riportare l’Italia a tassi di crescita adeguati che molto dipenderanno dalle riforme economiche (partiti permettendo) su due delle quali ci soffermeremo.

La burocrazia e le semplificazioni. «Liberi l’Italia dal ricatto della burocrazia», con questa esortazione il direttore di questo giornale Roberto Napoletano ha titolato un editoriale recente rivolgendosi al Presidente Letta. Si traccia un profilo dei vincoli, dei pesi e delle inefficienze che tengono l’Italia a terra (e spesso sotto terra) impedendole di crescere. Due sono le sue principali spiegazioni: la prima riguarda una macchina della pubblica amministrazione centrale e locale con una burocrazia bloccata da procedure obsolete e bloccante per una inefficienza cronica; l’altra riguarda una classe politica e governativa che non riesce a riformare la pubblica amministrazione della quale spesso è succube essendo priva da un lato delle competenze e della stabilità necessaria per dominare (e quindi per riformare) un apparato legislativo mostruoso e dall’altro della forza per superare corporazioni troppo radicate e protette. Napoletano riconosce che ci sono nella nostra pubblica amministrazione anche capacità di alto livello ma il binomio norme-burocrazia le neutralizza.

La prima domanda è se in ciò ci sia dell’esagerazione. Stando ai dati e ad altre valutazioni la risposta è negativa. La spesa pubblica italiana è di circa 800 miliardi e quindi superiore al 50% del Pil. Ai tempi della spending review (fallita) del Governo Monti si disse che la spesa rivedibile nel medio periodo era di 295 miliardi di cui 80 aggredibili subito. Il ministro Saccomanni ha detto di recente che circa 200 miliardi sono ridimensionabili ma non ha detto come e dove.

Altri dicono all’opposto che una spesa pubblica come la nostra, intorno al 50% del Pil, non è abnorme perché la Germania è al 45,3% e la Francia al 55,9%. Purtroppo non è così se si considerano funzioni e rendimenti della spesa pubblica. Un pregevole rapporto di Confcommercio segnala che la nostra spesa pubblica rende in termini di servizi il 15% meno della media delle altre economie avanzate. Spigolando nel citato rapporto si scopre che se la spesa pubblica per abitante degli organi legislativi e esecutivi (nonché attività finanziarie-fiscali, affari esteri) fosse in Italia come quella francese risparmieremmo 16 miliardi e se fosse come quella tedesca ne risparmieremmo 8. Ed ancora: se il numero di dipendenti pubblici per dirigente fosse come quello tedesco risparmieremmo 3 miliardi all’anno. Pur essendo risorse non risolutive sarebbero importanti se usate a fini produttivi.

L’impresa e il lavoro. “Una legge di stabilità per l’occupazione e la crescita” è l’esortazione fatta da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil al Governo. La posizione unitaria di Squinzi, Camusso, Bonanni e Angeletti (ne abbiamo già parlato il 4 settembre) va riletta in termini investimenti-occupazione dove convergono le loro proposte di politiche fiscali e industriali. Saccomanni ha detto che queste proposte mandano un conto, salato, allo Stato. Tentiamo di verificarlo.

Riferiamoci ad un pregevole Rapporto di McKinsey per il quale il crollo degli investimenti in Italia tra il 2007 e il 2012 è stato del 6% contro una media del 4% nella Ue a 27 Paesi. Sono circa 90 miliardi di cui solo il 10% riguardano gli investimenti pubblici, per altro già minimi. Il calo degli investimenti è stato il doppio di quello dei consumi ed ha contribuito in modo determinante a una caduta del nostro Pil di quasi il 7% che non ha pari in altri grandi Paesi europei. Anche gli investimenti esteri verso l’Italia hanno subito un crollo dai 32 miliardi del 2007 ai 21 del 2011 passando per un minimo negativo di 7 nel 2008. Per converso gli investimenti in uscita dall’Italia dai 70 miliardi del 2007 sono scesi ai 15 del 2009 risalendo ai 34 nel 2011. La causa è che, nella crisi, l’Italia ha aumentato la pressione fiscale senza compensarla migliorando le condizioni per fare impresa. Così la Banca Mondiale colloca l’Italia nelle graduatorie della facilità di fare impresa al 73° posto su 185 Paesi mentre il Regno Unito è al 7° posto, la Germania al 20°, la Francia al 34°, la Spagna al 44°. Per le imposte siamo addirittura al 131° posto.

In conclusione. Sulle modalità per ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale effettiva, arrivata al 54% del Pil depurato dal sommerso (che incorpora 150 miliardi di imposte evase), si sono scritti trattati. Sono indicazioni importanti per attuare le quali basterebbe buon senso, durata dei Governi e convinzione politica. Perchè investimenti e occupazione difficilmente aumenteranno in Italia con un cuneo fiscale e contributivo (tutto incluso) al 53,5% del costo del lavoro a fronte di un a media Ocse del 35,4% e una della Eurozona al 41,9% e con un tasso totale di tassazione sui profitti di 20-30 punti percentuali in media superiore a quello di altri Paesi comparabili. Perciò un taglio selettivo di burocrazia e di spesa pubblica è urgente al fine di consentire un analogo taglio di inutili e costosi adempimenti e della tassazione su lavoro e imprese in cambio di investimenti, anche per la crescita dimensionale delle nostre imprese. Altrimenti la tenue ripresa non si tradurrà in vera crescita.

 da Il Sole 24 Ore del 15.09.2013

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