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Malessere giustificato/La lettera del viceministro. Le imprese hanno ragione, dobbiamo intervenire subito

di Carlo Calenda

Gentile Direttore,

nei giorni scorsi si sono moltiplicati i segnali di forte disagio da parte del mondo produttivo. Chiunque va sul territorio sa che il malessere è molto più profondo degli echi che arrivano a Roma. Credo che il Governo debba innanzitutto riconoscere apertamente che questo malessere è perfettamente giustificato.

Negli ultimi venti anni l’impresa è stata sistematicamente trascurata e i tantissimi deficit di sistema (burocrazia, energia, fisco eccetera) sono diventati pesi insostenibili.

Nessun Paese quanto il nostro si è dato da fare per distruggere il proprio principale asset economico. Viene rimproverato al nostro Governo di non aver agito con determinazione per cambiare questa situazione. Potremmo scegliere di rispondere elencando le misure adottate, sottolineando la difficoltà della situazione di finanza pubblica ereditata o il quadro politico eccezionale in cui ancora operiamo. Per carità, sono tutte cose vere, ma in questo modo non faremmo che ripetere la stessa litania di ogni esecutivo che ci ha preceduto. Se le imprese sono scontente del nostro lavoro dobbiamo prenderne atto e predisporre immediatamente, con loro, una strategia alternativa più incisiva.

Vorrei partire spiegando perché ritengo che investire ogni euro disponibile sull’industria è un buon affare per il Paese e non solo per le imprese. C’è oggi una straordinaria opportunità che l’Italia può cogliere e che deriva da una nuova fase della globalizzazione, caratterizzata da tre fattori: l’accelerazione degli accordi di libero scambio, che miglioreranno la possibilità di accesso ai mercati per le nostre Pmi; il riallineamento dei costi di produzione tra economie emergenti e mature, che apre nuove opportunità per trattenere e valorizzare il manifatturiero nei Paesi occidentali; il numero di consumatori potenziali del nostro sistema Paese (prodotti, paesaggio, cultura e stile di vita) che aumenta anno dopo anno in maniera esponenziale.

Se non fossimo perennemente rinchiusi in un dibattito nazionale asfittico, ci accorgeremmo che non solo non siamo condannati al declino, ma che abbiamo la concreta possibilità di aprire una nuova e duratura fase di crescita e di benessere. Una parte del sistema imprenditoriale è già nelle condizioni di poter approfittare di questa situazione. Per questo il nostro export cresce negli ultimi anni più di quello francese e non di rado anche di quello tedesco (anche se per ottenere questo risultato molte imprese italiane hanno dovuto contrarre i propri margini). Per questo gli investitori internazionali stanno riportando l’Italia al centro delle loro strategie.

Ci sono però ostacoli che rischiano di vanificare queste opportunità: 1) una parte molto rilevante di Pmi italiane è esclusa da questo processo di internazionalizzazione, soprattutto a causa dei deficit di sistema che ne frenano la crescita; 2) la domanda internazionale non può sostituire completamente un mercato interno che continua ad essere fermo. Se non interverremo su questi due freni non ci sarà alcuna svolta nel 2014, nel 2015 o nel 2016. E su questo occorre essere chiari: che la crescita sia dello 0,5 o dell’1 per cento non cambia di una virgola la lunga lista di guasti ventennali che dobbiamo comunque riparare. Il dibattito “ripresina verso ripresona” è tanto inutile quanto stucchevole.

Non esistono ricette facili e univoche per migliorare la competitività di un sistema economico. Ci sono però alcune cose che dagli errori del passato possiamo imparare. In primo luogo il rischio che iniziative dirigiste di politica industriale si traducano in fondi non spesi e in norme barocche. È passata quasi sotto silenzio la notizia che del piano “Industria 2015″, lanciato nel 2006, è stato speso circa il 3%. Un disastro da non replicare. Questo approccio, ancora molto in voga presso alcune alte burocrazie ministeriali, dovrebbe cambiare immediatamente, aprendo un confronto trasparente con il mondo delle imprese su come e dove spendere le risorse che oggi languono nei ministeri (e non sono poche), disperse in mille capitoli.

Se le aziende ritengono prioritario, ad esempio, cancellare tutti gli incentivi, a fronte di una diminuzione generalizzata del carico fiscale, si deve procedere in questa direzione senza indugio. Se, al contrario, si ritiene che interventi mirati (sul modello della Sabatini bis e del bonus per le ristrutturazioni) possano avere maggiori effetti, in particolare sulla domanda interna, occorre prendere un impegno pubblico preciso sui tempi e sulle modalità di erogazione. È davvero tempo che nei vari dicasteri la responsabilità dei ministri sulla gestione diventi molto più centrale.

È impossibile correggere vent’anni di errori in pochi mesi, possiamo però impegnarci a fare subito due cose in fondamentale discontinuità con il passato: coinvolgere sempre le imprese nelle decisioni che riguardano la politica economica del Paese e destinare ogni euro disponibile alla competitività del sistema produttivo, per poter cogliere le opportunità che il dividendo della globalizzazione può portare a tutti gli italiani.

Viceministro dello Sviluppo economico

da Il Sole 24 Ore del 11.02.2014

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