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Ma il nostro fisco così è insostenibile

A favore. La proposta di Nicola Rossi è seria e ben argomentata

di Lamberto Dini e Natale D’Amico

Il nostro sistema fiscale deve essere ridiscusso in radice. E così pure il nostro sistema di trasferimenti a favore delle persone più bisognose.

È caduto, da noi non meno che altrove, il mito ottocentesco dell’imposta personale sul reddito omni-comprensiva. Gradatamente, sono stati esclusi dall’imponibile i redditi fondiari, i redditi da capitale, i redditi immobiliari derivanti dalla prima casa di abitazione, infine i redditi immobiliari da locazione; tutti ormai assoggettati ad imposta proporzionale o addirittura esenti. Nei fatti, l’imposta sul reddito delle persone fisiche è divenuta un’imposta sui redditi da lavoro.

Qui giunti, la accentuata progressività delle aliquote non solo è priva di senso sul terreno della equità, è anche fortemente controproducente sul terreno della efficienza. La scarsa crescita economica italiana è in larga misura effetto della scarsa produttività. Ma in una economia di mercato esiste una relazione diretta fra produttività del lavoro e salario; quindi, un sistema di tassazione fortemente progressivo, che colpisce in specie gli alti salari, finisce per ostacolare la crescita della produttività.

Per di più l’imposta progressiva finisce per disincentivare l’accumulazione di capitale umano. Chi prolunga la propria formazione lavora per un numero minore di anni, nei quali ovviamente spera di ottenere salari più alti. Ma se quei redditi maggiori, più concentrati nel tempo, grazie alla progressività delle aliquote, pagano imposte molto elevate, si finisce per scoraggiare l’investimento in formazione; così, ancora una volta, ostacolando la crescita della produttività.

A ciò si aggiunga che ormai da tempo la politica ha modificato l ’imposta sui redditi con interventi disorganici; aggiungendo un bonus qui, una detrazione lì. Ne risulta una struttura del prelievo ove, al venir meno dei singoli benefici, si raggiungono anche per redditi bassi aliquote marginali elevatissime. Ancora una volta, una imposta che è priva dì ogni logica economica e che introduce distorsioni che ostacolano la crescita.

Altrettanto irragionevole è la struttura complessiva dei trasferimenti pubblici a favore delle persone svantaggiate. Interventi come quelli dei bonus finiscono per escludere chi ne avrebbe maggiormente bisogno, poiché si trova al di sotto della no-tax area o non è lavoratore dipendente; assegni familiari, sussidi dì disoccupazione, indennità di mobilità, integrazioni pensionistiche, cassa integrazione guadagni finiscono per costituire una congerie di misure i cui effetti equitativi sono del tutto dubbi. Proprio dì recente l’Istat ha certificato che per alcune generazioni dì cittadini il rischio dì povertà, a seguito degli interventi redistributivi pubblici, sì accresce anziché ridursi.

La situazione non è più sostenibile. Occorre smettere di affrontare questi temi con strumenti episodici, che favoriscono questa o quella categoria di contribuenti, questo o quel gruppo di elettori, per ricuperare un approccio sistematico, nel quale le diverse opzioni politiche possano confrontarsi chiaramente e gli elettori scegliere consapevolmente.

Questo è forse il merito principale della proposta formulata da Nicola Rossi per l’Istituto Bruno Leoni. Afferma con forza e spiega con efficacia che c’è bisogno di ridiscutere alla radice l’impianto sia del sistema impositivo sia del sistema dei trasferimenti alle famiglie bisognose.

Quanto ai contenuti, la proposta ha numerosi meriti: l’imposta piatta del 25%, eguale per tutti i redditi, compresi quelli oggetto di tassazione cedolare e i redditi societari, ed estesa alle imposte indirette (previa abolizione dell’Irap), oltre a semplificare drasticamente il sistema fiscale, cancella gli attuali incentivi ad arbitraggi che finiscono per costare cari a contribuenti ed erario. Il ricupero della antica idea di progressività ottenuta attraverso il meccanismo delle deduzioni invece che attraverso aliquote crescenti garantisce il rispetto del vincolo fissato nell’art. 53 della Costituzione senza scoraggiare i lavoratori più qualificati. La introduzione di una soglia esente basata sul reddito familiare, indipendente dalla condizione lavorativa delle persone, appare semplice ed equa. L’ipotesi di una imposta negativa, che riassorbirebbe la gran parte dell’inestricabile coacervo di misure assistenziali oggi in vigore, è coerente con un moderno sistema di welfare che non si trasformi, come oggi è, in un regime dei favori.

Ciascun dettaglio andrà approfondito e discusso. Sappiamo che in materia fiscale più che in altre materie, lì si nasconde il diavolo. I circa 30 miliardi di entrate pubbliche che verrebbero meno con la proposta dovranno trovare idonea copertura in tagli mirati alla spesa, anch’essi da discutere.

Quel che è certo che finalmente abbiamo dinanzi a noi una proposta seria, comprensibile, argomentata.

da Il Sole 24 Ore del 28.06.2017

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