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Lo stato inefficiente complice del crimine

Corruzione. In una società normale i controlli della pubblica amministrazione dovrebbero essere sufficienti a prevenire scandali come quello romano. Ma nel nostro Paese le regole sono saltate e la giustizia rimane l’unico argine al malcostume.

di Giuseppe Maria Berruti

Caro direttore, la corruzione strutturale al sistema di governo, così come si vede nella vicenda romana, è, in parte, cosa nuova. Non è costruita intorno a fatti eccezionali o rari, non riguarda un gruppo solo di politici o un certo novero di affari. Sembra piuttosto un sistema, al quale hanno partecipato in troppi. Il sistema della economia della inefficienza, che si deve giustificare prima o poi, con la corruzione. L’efficienza è il giudice di ogni sistema di governo. L’inefficienza è il complice del crimine.L’azione della magistratura penale in una situazione così anomala non è solo quella di chi reprime. È anche quella dell’economista attento che, a fronte della proliferazione di enti e società risalenti alla stessa origine economica, si chiede anzitutto la ragione della moltiplicazione delle competenze, della farraginosità conseguente delle procedure contrattuali, e del costo. Il costo. Cioè il pagamento di stipendi, di onorari, di spese di fantasiosa quanto documentata spettanza, giustificato dalla esistenza dell’ente o della società inutile. Giustificato alla fine dalla inutilità dell’ente strumentale. Insomma dalla pura logica della cattiva amministrazione che crea profitti. L’economista in questo caso non è mai intervenuto. Né il politico responsabile. È intervenuto il pubblico ministero al quale è bastata una prima analisi appunto economica della situazione, per cercare, e trovare, i delitti.Facciamo un salto. In una Repubblica appena ordinata tutto questo non doveva arrivare al giudice penale. Doveva essere impedito dalla logica della buona amministrazione. Poi doveva essere considerato e corretto dalla successiva logica dei controlli di qualità del risultato di gestione. Poi ancora dalla valutazione politica che avrebbe dovuto constatare la mancata soddisfazione dei bisogni collettivi in nome dei quali si decise di adottare le forme del codice civile, delle società di diritto privato, in luogo di quelle dell’ente pubblico strumentale. Tutto ciò è mancato. Fino a che il sistema illecito, proseguendo nel suo piano inclinato, si è protetto con il delitto. La corruzione appunto. Che ci rende un Paese ridicolo agli occhi del mondo. Quel mondo che conosce la inevitabilità del delitto e dunque anche della corruzione. Le barriere sociali, culturali, giuridiche che debbono garantire la buona amministrazione sono saltate. Non è restato, non resta, che il mandato di cattura dentro al nostro fragilissimo processo penale. E, quindi, la eterna, stucchevole polemica sul giustizialismo, sul conflitto giustizia politica, sulla autonomia dei magistrati. Fatta apposta per ideologizzare, dividere, distrarre.Io credo che la inefficienza eretta a modo di essere della amministrazione soprattutto locale sia il vero grande problema che la nazione deve risolvere. Perché riguarda la permanenza della nostra democrazia all’interno dello schema dello Stato di diritto. Che non può sopravvivere alla riduzione a immancabile paravento della illegalità. Lo Stato di diritto che non funziona nel momento amministrativo, quello della burocrazia che deve condursi secondo la legge e l’interesse pubblico, ma che piuttosto rattrappisce intorno al solo momento punitivo, porta esattamente a ciò che accade in Italia. Non tollera più la punizione penale, di cui si perde la logica necessariamente residuale. Anzi, discute di processi e di garanzie, come se il problema fosse, solo, di fare bene i processi. Perde di vista il problema. E si autoalimenta senza toccare la ragioni del ricorso obbligato quanto abnorme al procuratore della Repubblica. E fa sorgere tentazioni verso modelli di governo spicci, sbrigativi, con poche regole da infrangere.

dal Corriere della Sera del 06.12.2014

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