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Lo scatto che serve/1. Meno cuneo fiscale più innovazione

di Alberto Quadrio Curzio

Il rischio della “desertificazione industriale” italiana ha spinto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi a scrivere, partendo dal caso Electrolux, una lettera aperta al Presidente del consiglio Enrico Letta per chiedere una nuova “politica industriale”.

Di deindustrializzazione italiana aveva già parlato la Commissione europea nell’autunno del 2013 rilevando che in Italia la quota del Pil manifatturiero sul totale è del 15,5% ma in calo di quasi 5 punti dal 2000. Rimaniamo secondi nella Ue dopo la Germania ma con un divario che cresce.

Abbiamo quindi un problema che va visto almeno da tre profili: la competitività, l’internazionalizzazione, la politica.

La competitività industriale. La Commissione europea nell’analisi sugli Stati Ue conclude che la nostra competitività si è deteriorata negli ultimi 10 anni per due principali cause. Un aumento del salario lordo nominale in concomitanza di una debole crescita della produttività. Per restringere il divario va aumentata la produttività allineando anche (meglio) i salari alla stessa e va tagliato il cuneo fiscale sul lavoro. Un’altra causa sono i vincoli burocratici e normativi gravanti sul sistema imprenditoriale ed in particolare la complessità e l’incertezza degli adempimenti fiscali e contrattuali. Sono perciò necessarie continue e coerenti riforme del settore pubblico per arrivare ad “una amministrazione pubblica moderna ed efficiente”. Si valuta quindi che i progressi fatti nel 2012 e 2013 non siano sufficienti. Per questo l’Italia si colloca tra i Paesi che hanno migliorato in alcune aree di competitività mentre la Spagna viene promossa al gruppo superiore (dove sono anche Germania e Francia).

Alle critiche si affianca però «un messaggio importante per orientare le priorità programmatiche deriva dai risultati delle imprese che hanno adottato una strategia incentrata sull’innovazione e sull’internazionalizzazione». Sono imprese che hanno retto nella crisi dando così un paradigma che dovrebbe essere adottato per miglioramenti della «governance italiana per l’internazionalizzazione». La nostra interpretazione di questo messaggio è che bisogna facilitare le imprese, anche di minori dimensioni, per entrare nei mercati esteri e quindi innescare un’interazione virtuosa tra internazionalizzazione, innovazione, crescita dimensionale che genera effetti benefici anche sul mercato interno.

Il paradigma dell’internazionalizzazione. Confindustria e Fondazione Edison hanno evidenziato spesso la forte competitività internazionale di tante imprese italiane che in vari casi sono diventate multinazionali flessibili pur mantenendo la loro governance in Italia. Anzi in taluni casi riportandola dall’estero all’Italia. Secondo una recente analisi di Confindustria l’Italia dal 2000 al 2012 ha ridotto la quota del suo export su quello mondiale di 1 punto percentuale (p.p.) e cioè meno della Germania (-1,2) della Francia e del Regno Unito (-2). Questa forza imprenditoriale si evidenzia ancora di più considerando la quota italiana sulle esportazioni di 12 Paesi avanzati dove l’Italia cresce di 0,1 p.p. e quindi meno della Germania (+2,8) e della Spagna (+0,9,partendo però da livelli di export più bassi) ma più della Francia (-1,4) e del Regno unito (-2). Inoltre negli ultimi tre anni l’export italiano è cresciuto in volumi come quello tedesco. Confindustria considera sei fattori di competitività nelle esportazioni: presidio dei mercati (per Paesi e settori) più dinamici; qualità dei prodotti; posizionamento nella catene globali di valore; evoluzione del costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) e dei prezzi alla produzione; investimenti. L’Italia ha saputo di mantenere e migliorare la sua posizione in forza dei primi quattro fattori che compensano gli ultimi due che sono invece peggiorati nella crisi.

Tra i fattori di miglioramento colpiscono sia la qualità dei prodotti che incorporano crescente innovazione (ben oltre il design) ampliandosi verso beni a più alta tecnologia sia la capacità di presidiare i mercati più dinamici. Tutto ciò si riflette nei dati della Fondazione Edison per i quali il nostro surplus commerciale manifatturiero passa dai 57 miliardi del 2000 ai 105 del 2012 con tutto l’aumento generato dalle “nuove specializzazioni italiane” e cioè: macchine ed apparecchi (dove c’è l’automazione ma non l’elettronica), chimica e farmaceutica, metalli e prodotti in metalli e mezzi di trasporto (esclusi autoveicoli), raffinazione. Sia pure in calo, reggono in cifre assolute ed in virtù della qualità (pur avendo subito di più il cambio forte e la concorrenza dei Paesi emergenti) anche i beni tradizionali per la persona e la casa ed altri assimilabili.

La politica industriale. L’Italia ne ha davvero bisogno con una impostazione selettiva che si connetta all’Europa dell’Industrial compact, di Europa 2020, di Horizon 2020. Di recente il presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, ha argomentato che nella dinamica dell’economia e della demografia mondiale la Ue e l’Italia devono rafforzare il vantaggio comparato nelle tecnologie medio-alte per mantenere un livello di benessere interno mentre la quota del mercato nazionale potrebbe ridursi per l’invecchiamento della popolazione. Confindustria ha documentato le nuove linee di politica industriale per l’innovazione dei due più forti Paesi europei (Germania e Francia) con programmi di medio-lungo termine tramite un partenariato pubblico-privato (Ppp) e con prevalente finanziamento pubblico. Persino il Regno Unito, patria liberista del terziario finanziario, sta rilanciando la manifattura innovativa. In Italia siamo invece molto indietro sia nel finanziamento della tecno-scienza in partenariato (Pp) sia nella fiscalità di vantaggio per sostenere l’innovazione d’impresa.

 da Il Sole 24 Ore del 04.02.2014

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