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Lo scatto che manca all’Italia. L’energia creatrice per superare la crisi

di Giovanni Belardelli

Secondo uno dei grandi economisti del 900, Joseph A. Schumpeter, le crisi economiche comportano un processo di «distruzione creatrice»: se da una parte provocano la chiusura delle imprese meno efficienti, dall’altra stimolano l’innovazione e la ricerca di nuovi campi di attività. Non aveva scritto cosa troppo diversa uno dei massimi rappresentanti del romanticismo europeo, Chateaubriand, che era stato testimone della Rivoluzione del 1789 e dei tormentati avvenimenti dei decenni successivi: «I periodi di crisi raddoppiano le energie vitali negli uomini», osservò nelle Memorie d’oltretomba. In fondo è proprio questo – la crisi come choc, la crisi come stimolo delle energie individuali e collettive – quel che si verificò anche nell’Italia del 1945, permettendo al Paese di rinascere dopo i lutti e le distruzioni della guerra, e di gettare così le basi del successivo «miracolo economico». Ma la crisi attuale sembra stia invece provocando soltanto una depressione collettiva, come ha dichiarato il presidente di Confindustria Squinzi agli Stati Generali della Cultura. E come del resto è un po’ nella percezione di tutti, per i discorsi che sentiamo, per ciò che ci sorprendiamo noi stessi a dire o almeno a pensare: che questa volta è diverso, che la crisi è così profonda che non ne usciremo tanto presto o forse non ne usciremo affatto. Per rompere la spirale di un pessimismo che rischia, inevitabilmente, di autoavverarsi servono poco, in realtà, le alchimie della legge di Stabilità volte a far tornare i conti o gli sforzi del commissario Cottarelli sulla spending review o le promesse del presidente del Consiglio in tema di credito d’imposta sulla ricerca. E non possono certo bastare i segnali che si accendono qua e là nel Paese, come a Milano gli incontri e i dibattiti di Bookcity o i grattacieli in costruzione per l’Expo. Cose, queste e mille altre, sicuramente positive ma che non possono incidere molto su una crisi che ormai è dentro di noi, ha a che fare – se non appare troppo desueta l’espressione – con l’anima del Paese, con ciò che siamo come comunità nazionale, ammesso (e speriamo concesso) che una comunità ancora riusciamo a sentirci. Per uscire da questa crisi sarebbe necessario ad esempio che molti italiani accettassero di rinunciare a una parte di ciò che hanno avuto finora, senza fingere di credere che in Italia i privilegiati appartengano sempre e soltanto alla casta dei politici. Tutti noi dovremmo anche prendere atto finalmente della lezione che viene da disastri come l’alluvione in Sardegna, e cioè che non possiamo più continuare ad asfaltare un Paese in cui si è costruito troppo, male e dappertutto: dalle zone di esondazione dei fiumi alla zona rossa del Vesuvio (quella più a rischio in caso di eruzione). Ma l’elenco delle cose che ciascuno di noi dovrebbe ripromettersi di fare (o di non fare più) potrebbe essere evidentemente lunghissimo. Al centro di tutto, se vogliamo che il Paese riacquisti fiducia, che ricominci a guardare con speranza al futuro, sta la necessità di dare finalmente spazio a chi al futuro non può che guardare, per ovvi motivi anagrafici: alle generazioni più giovani, quelle di chi studia o cerca un lavoro avendo già sulle spalle il debito accumulato in passato per favorire i loro genitori o nonni, spesso ancora intenzionatissimi a non cedere nulla. Non è una cosa facile in una società insieme oligarchica e gerontocratica come quella italiana. Ma è assolutamente indispensabile far uscire i giovani dalla situazione di quasi apartheid in cui si trovano, se vogliamo che dalla crisi possano scaturire le energie vitali di cui parlava Chateaubriand o la capacità creatrice di cui scriveva Schumpeter.

dal Corriere della Sera del 23.11.2013

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