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Lettere da Cambridge. La quadrupla A del rating manifatturiero italiano

di Marco Magnani

In tempi di crisi si esalta spesso il potenziale economico di settori “non manifatturieri” quali cultura, turismo, green e white economy. Il loro potenziale è grande e l’Italia potrebbe sfruttarlo molto meglio, ma sarebbe un errore considerarli fonti di crescita alternative alla manifattura. Sono piuttosto sentieri integrativi della crescita industriale. Diversificano l’economia, favoriscono la creazione di nuove professioni, sostengono il settore industriale, con il quale possono innescare circoli virtuosi. Ma non sostituiscono la manifattura, per vari motivi: il loro effetto moltiplicatore sull’economia è generalmente inferiore, sono difficilmente esportabili, hanno un impatto più limitato su ricerca e innovazione.

L’industria rimane centrale per la crescita in Italia, e dall’industria si deve ripartire. Lo hanno capito bene gli Stati Uniti: dopo aver delocalizzato dal 1998 al 2012 il 4% del Pil (numero enorme, data la dimensione dell’economia americana), perdendo quasi 6 milioni di posti di lavoro e accelerando il declino economico e sociale di importanti città, da qualche tempo hanno invertito la rotta e cavalcano il re-shoring – riportare in patria le produzioni a maggiore valore aggiunto – con l’obiettivo dichiarato di creare 4 milioni di posti di lavoro.

Dopo anni di delocalizzazione si è capito che spostare una fabbrica in Cina (dove i costi del lavoro sono peraltro in rapida salita) non significa solo perdere i posti di lavoro di quella specifica produzione ma anche, nel medio periodo, quelli dell’indotto manifatturiero e di alcuni servizi diretti. Anche il rischio di perdere i servizi ad alto valore aggiunto – design, ingegnerizzazione e creazione del prodotto, management – è elevato nel lungo termine.

È quindi il manifatturiero che può consentire anche all’Italia di rialzare la testa. Siamo ancora, per dimensioni, la seconda economia manifatturiera in Europa e la quinta nel mondo. Dalla produzione industriale proviene il 95% delle esportazioni italiane. In particolare le “4A” (abbigliamento-moda, arredamento-casa, automazione-meccanica e agroalimentare-bevande) rappresentano la metà delle esportazioni complessive. L’Italia – con Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud – è uno dei cinque Paesi al mondo ad aver conseguito, nel 2013, un surplus della bilancia commerciale manifatturiera superiore ai 100 miliardi di dollari. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno registrato deficit, rispettivamente, di 34, 99 e 610 miliardi di dollari.

La manifattura è importante per lo sviluppo, per almeno tre motivi: 1. l’effetto moltiplicatore sul resto dell’economia; 2. l’elevata intensità d’investimenti in ricerca; 3. il significativo impatto su innovazione e produttività. Tre effetti superiori, nella manifattura, rispetto a quelli generati dai servizi. Per ogni euro in più di domanda di manufatti (interna o di export) si stima un effetto moltiplicatore – incremento di output in altra manifattura e in servizi collegati – tra 1,5 e 2 volte. Il settore costituisce la maggiore fonte di investimenti in ricerca e sviluppo (due terzi del totale in Europa, oltre il 70% in Italia), fondamentali per il futuro economico di un paese avanzato. Infine, il manifatturiero è propulsore d’innovazione e di gran parte degli incrementi di produttività dell’intero sistema economico. Nell’Unione Europea, pur producendo solo il 15% del valore aggiunto, il manifatturiero genera la metà della spesa in innovazione.

Per l’Italia e l’Europa è importante riscoprire e valorizzare il manufacturing. La Germania non l’ha mai abbandonato e le sue imprese sono spesso al vertice di filiere internazionali. L’Italia deve fare di tutto per non smantellare il proprio tessuto industriale, e prepararsi anzi ad affrontare una nuova rivoluzione industriale.

da Il Sole 24 Ore del 15.11.2014

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