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Legge di stabilità. Senza riduzioni di spesa la rivoluzione è a metà

di Luca Ricolfi

Anche quest’anno la Legge di stabilità conferma il malcostume che da sempre affligge questo evento della politica italiana. Nel momento di massima attenzione dei media e dell’opinione pubblica mancano i numeri completi e precisi della manovra, e tutto si basa su dati provvisori e tabelle lacunose. E nel momento in cui, finalmente, tali numeri fanno la loro apparizione, l’opinione pubblica ha la testa altrove, magari sull’Isis, sulle coppie di fatto, sui migranti.

Della manovra per quello che è davvero, temo, non si discuterà mai.

Ed eccoci qua, come cartomanti, a esprimere opinioni basate su indizi, segnali, dichiarazioni, tweet più o meno propagandistici. Eppure il momento è adesso, e quindi non mi sottrarrò al compito, dichiarando subito che fra un mese o due, quando tutte le carte saranno state messe sul tavolo, il bilancio potrebbe essere diverso, in un senso o nell’altro.

Prima impressione: molte misure produrranno effetti positivi, di stimolo all’economia. Fra queste gli sgravi sulle assunzioni e sul salario di produttività, il nuovo regime dei minimi per professionisti e piccole imprese, il bonus ammortamenti, le agevolazioni per l’edilizia, l’abolizione delle tasse sulla prima casa e sui macchinari imbullonati.

Seconda impressione: la pressione fiscale resterà sostanzialmente invariata, nonostante tutte le riduzioni annunciate. Qui ci vorrebbero tabelle più precise di quelle fornite dal governo, ma un primo calcolo, basato sui pochi dati disponibili, suggerisce che le entrate della Pubblica Amministrazione nel 2016 potrebbero risultare superiori a quelle del 2015 per circa 10 miliardi, in barba a tutte le riduzioni promesse e sbandierate. Come è possibile?

È possibile perché la manovra parte da un aumento tendenziale delle entrate di 29 miliardi (vedi la nota di aggiornamento al Def, pag. 32), cui si aggiungono circa 3 miliardi di ulteriori nuove entrate: è su questo massiccio aumento di 32 miliardi di tasse, contributi e prelievi vari che si innestano le promesse cancellazioni e riduzioni, come il mancato aumento dell’Iva (che non è una riduzione di tasse, ma una rinuncia ad aumentarle subito), l’abolizione delle tasse sulla prima casa, gli sgravi contributivi e fiscali rivolti alle imprese, per un totale di 22-23 miliardi.

Il saldo fra 32 miliardi di aumenti pianificati e 22-23 miliardi di diminuzione e mancati aumenti fa 9-10 miliardi di tasse in più. È vero che, con un’inflazione prossima all’1%, 10 miliardi di tasse in più non sono un aumento, ma una stabilizzazione del prelievo in termini reali. Ma è appunto questo che stiamo dicendo: se qualcosa di «sorprendente» (parola di Renzi) c’è in questa manovra è la sua incapacità di ridurre il prelievo nonostante l’ampio ricorso al deficit, misericordiosamente denominato «flessibilità Ue».

E qui veniamo alla terza impressione. Poiché questa manovra fa molto poco sul versante della spesa (5,8 miliardi di spending review, parzialmente sterilizzati da 3,7 miliardi di nuove spese), ed evita massicci aumenti delle tasse semplicemente chiedendo all’Europa di lasciarci continuare a rimandare il pareggio di bilancio, c’è solo da augurarsi che la fortuna continui a baciare il nostro presidente del Consiglio. Perché se mai, nel prossimo futuro, dovesse scoppiare una nuova crisi finanziaria, i mercati ora silenti si risveglierebbero, e guarderebbero al nostro debito pubblico con meno benevolenza di quella che ci concedono ora, in un periodo di relativa tranquillità. Spiace sottolinearlo, ma è curioso che l’Italia, di anno in anno, trovi sempre una buona ragione per non risanare i suoi conti pubblici: se le cose vanno male, si rimanda il pareggio di bilancio perché la crisi è un evento eccezionale, se le cose vanno bene lo si rimanda per poter cogliere l’occasione della ripresa. Eppure dovremmo ricordarcelo: i mercati finanziari sono animali strani, sottovalutano i rischi quando le acque sono calme, li sopravvalutano quando il mare è in tempesta.

Come concludere?

A quel che se ne sa fin qui, questa manovra è buona cosa in quanto prosegue una linea di politica economica mai dichiarata, ma che ha una sua razionalità: alleggerire la pressione fiscale sui produttori, spostandola sulla collettività, senza modificare sostanzialmente l’ammontare del prelievo complessivo. Nello stesso tempo, questa manovra è rischiosa perché si basa sull’ennesimo rinvio del pareggio di bilancio, il che non solo ci rende più vulnerabili ma, come Renzi stesso ha più volte ricordato, equivale a spostare sulle generazioni future l’onere dell’aggiustamento.

Si poteva fare diversamente?

Forse no, mi viene da dire. Se neppure Renzi, con i suoi più o meno giovani leoni e leonesse, riesce ad aggredire la spesa pubblica, ci dev’essere qualcosa, nella società e nella politica italiana, che ci impedisce di mettere in atto l’unico cambiamento vero, l’unica rivoluzione che potrebbe cambiare il volto del Paese: rifare la Pubblica Amministrazione da capo a piedi, riducendone gli sprechi ma anche il perimetro. Per questo, temo, continueremo ad oscillare fra le due politiche che hanno guidato i governi nella seconda Repubblica: salvare la spesa pubblica aumentando le tasse (la sostanza dei governi di centro-sinistra), evitare gli aumenti di pressione fiscale facendo deficit (la sostanza dei governi di centro-destra).

La prima politica, aggiustare i conti con le tasse, ha avuto il solo effetto di soffocare l’economia, la seconda, ricorrere al deficit per non aumentare le tasse, ha esposto l’Italia a enormi rischi, che ci hanno regalato la grande crisi del 2011-2012, con il suo strascico di sofferenze e austerità. Renzi, della prima politica fortunatamente si è già liberato: speriamo che, prima o poi, riesca a liberarsi anche della seconda.

 da Il Sole 24 Ore del 18.10.2015

 

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