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Le vie della crescita. Una nuova Pa per aiutare le imprese

di Marcello Clarich

Creare un contesto istituzionale favorevole alle imprese «è uno sforzo di lunga lena» e l’agenda delle riforme non può essere dettata dalla «facilità di ottenere risultati nel breve periodo». Con queste parole il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle considerazioni finali sulla relazione annuale dell’Istituto di via Nazionale, ha preso posizione sui tentativi di riformare la pubblica amministrazione.

Il punto di partenza nel ragionamento del governatore è che l’economia italiana si sta rafforzando e sono «state eliminate le fonti di rischio sistemico» nel settore bancario, anche se ora bisogna innalzare il potenziale di crescita dell’economia e la produttività di sistema.

Tra i difetti strutturali che ancora minano il potenziale vanno inclusi le inefficienze e i ritardi delle pubbliche amministrazioni e della giustizia civile; le regole inadeguate relative all’entrata e all’uscita delle imprese dal mercato e distorsive della concorrenza; l’illegalità diffusa sotto forma di evasione fiscale, corruzione e criminalità organizzata.

A frenare lo sviluppo economico promosso dagli investimenti pubblici, in calo ininterrotto dal 2010, è anche l’inadeguatezza nella pianificazione, selezione e realizzazione delle opere pubbliche. Il Codice dei contratti pubblici varato nel 2016 nella prima fase di attuazione ha addirittura rallentato gli investimenti date le difficoltà di adeguamento. Esse hanno determinato una riduzione dell’importo complessivo dei bandi per le nuove opere. Solo nell’ultimo anno si registra un’inversione di tendenza anche se «occorre ancora lavorare sui tempi e sulla complessità delle procedure».

Si tratta in realtà di mali antichi segnalati, con diversi accenti, in tutte le relazioni annuali della Banca d’Italia. Il governatore ha dato però atto che interventi di rilievo sono stati compiuti negli ultimi anni. Tuttavia il miglioramento di istituzioni, regole e prassi sulle quali poggia l’attività economica passa attraverso riforme i cui effetti benefici sulla crescita e sull’occupazione si possono manifestare solo su un «ampio arco di tempo».

La diagnosi del governatore è corretta. La difficoltà ad attuare terapie adeguate dipende però da altri difetti strutturali difficili da rimuovere. In primo luogo, la politica necessita di risultati rapidi e visibili agli elettori. Le riforme amministrative, al di là degli effetti annuncio e degli slogan contenuti nei programmi elettorali o nei contratti di governo, richiedono invece un lavorio lento e costante, sia nella fase di semplificazione delle regole e delle procedure, sia nella fase di gestione concreta dei singoli procedimenti. Per esempio, l’affinamento di istituti come la conferenza dei servizi, riformata nell’ultima legislatura dalla legge Madia, deve trovare poi seguito in amministrazioni ben attrezzate. E qui interviene un altro fattore di debolezza sottolineato da Ignazio Visco: il capitale umano ancora inadeguato che richiede investimenti in formazione a tutti i livelli.

Per promuovere un contesto favorevole alle imprese occorre anche un rinnovamento della cultura giuridico amministrativa, tacciata di essere insensibile alle esigenze dell’economia. Ma su questo versante qualcosa si sta muovendo. Poche settimane fa, il Consiglio di Stato si è spinto fino ad affermare che la funzione amministrativa, non deve garantire solo la legalità e l’interesse pubblico. Essa deve anche rivestire un «ruolo di preminente importanza per la creazione di un contesto idoneo a consentire l’intrapresa di iniziative private al fine di accrescere la competitività del Paese» (Adunanza Plenaria, n. 5/2018).

Istituzioni come la Banca d’Italia e il Consiglio di Stato possono dunque fungere da stimolo al processo di riforma. Ma la politica dovrebbe essere disposta ad ascoltarle. Il che, specie di questi tempi, non è scontato.

da Il Sole 24 Ore del 31.05.2018

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