News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

Le previsioni FMI. L’Italia non merita vent’anni di purgatorio

di Alberto Orioli

Ci rivedremo il 27 luglio del 2035 magari dietro il muro del convento dei Carmelitani scalzi come in «Vent’anni dopo» di Dumas. Sarà allora che capiremo se saranno vere o no le previsioni del Fondo monetario internazionale sull’occupazione in Italia (che tornerà ai livelli pre crisi solo tra un ventennio secondo i guru di Washington). O se sarà necessaria una sfida a duello per recuperare l’onore offeso.

Nel mito del tempo reale le previsioni a lunga gittata sono quasi un anacronismo e poco dicono in termini statistici anche se molto possono in termini di aspettative e di psicologia. Soprattutto possono contribuire – e tanto – a deprimere la fiducia, la materia prima più scarsa in questo momento in Europa e soprattutto in Italia. Eppure componente cruciale per far ripartire l’economia, così decisiva che dovrebbe essere interesse generale favorirla, quella fiducia. È indubbio che servirà tempo per tornare ai livelli pre crisi: la disoccupazione oggi viaggia al 12,4% nel 2007 era la metà; il tasso di occupazione era del 58,5% oggi è del 55,9%; il tasso di attività resta tra i più bassi d’Europa al 64% a dimostrazione della scarsa capacità dell’Italia di assorbire il proprio capitale umano diventato nel frattempo commodity di pregio per altri Paesi. È indubbio che l’Italia ha un debito pubblico monstre ma assai ben compensato dal risparmio privato tale che il nostro Paese sia assai lontano dall’idea del creditore potenzialmente insolvente. E il tasso del BTp spuntato ieri mostra una reputazione da Paese a basso rischio proprio nel medio periodo.

Non sembri ingenuo nel giorno della denuncia Svimez sul dramma del Sud, in questa estate autolesionista di roghi dolosi, degrado, scioperi bianchi o selvaggi, ma qualche segnale di ripartenza esiste ancorché da consolidare: le automobili sono in un boom anche se dopo un decennio di vacche magrissime; le macchine utensili – in cui siamo eccellenza mondiale e campioni nell’export – sono comprate anche dalle imprese italiane che si ristrutturano e investono; le macchine per il tessile sono ripartite sul mercato interno dopo anni di bonaccia, segno che presto o tardi i frutti di questi investimenti su settori portanti del made in Italy si vedranno anche su crescita e occupazione.

L’agroindustria si descrive con i contorni di nuovo dinamismo e gode anche dell’effetto Expo. L’edilizia è stata falcidiata e ha pagato il prezzo più alto alla crisi, ma l’aumento di acquisti di macchine movimento terra (+40% nel secondo trimestre) potrebbe essere un segnale, per quanto parziale, di un possibile cambio di passo imminente. Esiste un quarto capitalismo dinamico e aggressivo nel mondo in grado di assorbire occupazione di qualità anche se non a ritmi da boom economico; esiste una anomalia tutta italiana (che è comunque un bene) dove è fortissima la vocazione all’autoimpiego, al lavoro autonomo piccolo o grande che sia.

Il jobs act e la cura della decontribuzione per i contratti a tempo indeterminato sta funzionando e sposta lavoro finora “a tempo” verso impieghi stabilizzati; è ancora una fase di sostituzione e non incide significativamente sull’occupazione aggiuntiva, ma questa fase di assestamento è prevedibile che non durerà a lungo.

Ci sarà bisogno di tempo, certo, perché tutto questo dispieghi appieno i suoi effetti. Ma 20 anni sembrano davvero tanti. Colpisce poi l’ennesima lezione del Fondo sulla necessità di superare i dualismi nel mercato del lavoro, sull’urgenza di rivedere le regole della burocrazia pubblica, sulla necessità di incidere nella riforma della giustizia. Sono altrettanti mantra che i tecnici di Washington ripetono forse con troppa pavloviana leggerezza da anni.

Anche perché nel frattempo, come hanno notato gli stessi estensori del rapporto, l’Italia ha fatto molto: il jobs act, i molti provvedimenti sulla giustizia dai reati finanziari a quelli sulle regole dei fallimenti, dalle misure di semplificazione a quelle per i reati fiscali (in arrivo a giorni). La riforma Madia sulla Pa è nella fase dei decreti attuativi, certo perfettibili, ma non nella fase di impostazione. Questo il Fondo sembra non averlo compreso. Si dirà che il periodo di osservazione risale a maggio e che il rapporto è stato elaborato in giugno e diffuso un mese dopo, ma sapendo quale sia il grado di impatto “globale” delle diagnosi e delle terapie suggerite dai tecnici di Washington questa sfasatura temporale, soprattutto se un Paese cerca di fare le riforme in velocità, risulta imperdonabile.

Se già Keynes celiava che nel lungo periodo saremo tutti morti facendosi beffe delle previsioni a scadenze lontane lo si può ben fare oggi nel mondo iper-connesso dove le variabili da far interagire sono diventate molteplici e non sempre compendiabili nei mitici algoritmi o nei modelli che fanno “girare” i centri studi. Ora è nata una disputa tutta metodologica tra i sostenitori e i detrattori del coefficiente di Okun (l’effetto della crescita del Pil sull’occupazione), ma non è solo questo il punto, anche se schemi troppi rigidi di correlazioni diventano superati al mutare rapido della realtà e dei comportamenti individuali e collettivi. Del resto è un po’ il peccato d’origine di tutta la scienza economica che applica le “regolarità” riscontrate nel passato al quadro futuro come fosse sempre riproducibile all’infinito e immutabile. I vari “modelli” non sembrano in grado di registrare appieno e di comprendere come in tutta Europa si rischi di perdere una generazione perché il lavoro che si crea è affidato all’automazione, alle macchine e non è sufficiente o resta limitato ad alcune categorie specifiche. Come sono ad esempio quelle legate alle applicazioni delle nuove tecnologie, certo meno labour intensive rispetto ad altre stagioni. Se questo ripara in parte i guasti di una produttività stagnante da 20 anni, garantisce un aumento di lavoro più limitato. E non è detto che servano altri 20 anni per arrivare a un a situazione “accettabile” (a proprosito: quale sarà il tasso di disoccuazione fisiologico?).

Si capisce anche come sia in atto una conversione verso lavori legati anche alla sostenibilità e alla valorizzazione del territorio e della cultura per i quali il sistema formativo non è preparato. E il vero tema, dopo anni di ubriacature su parametri macro e sulla finanza, è questo: la valorizzazione del capitale umano di qualità, unica strada per consentire all’Italia di sfruttare appieno tutta la sua crescita potenziale su cui peraltro è in atto un’altra disputa scientifica tra Italia ed Europa nella valutazione del cosiddetto output gap (vale a dire la differenza tra Pil effettivo e Pil potenziale), decisivo anche per la valutazione degli obiettivi di finanza pubblica.

Sarà cruciale un’azione shock di alleggerimento fiscale compatibile con il quadro macroeconomico dei conti pubblici e anche gestibile entro i margini di flessibilità che l’Europa consente a chi fa riforme coraggiose. È quella la vera soluzione per cambiare il ritmo degli investimenti e per ritrovare il ciclo virtuoso dell’occupazione. Anche perché – e qui il Fondo ha ragione – il costo del lavoro unitario in Italia è il più alto d’Europa. Renzi ha fatto promesse impegnative. Le deve solo mantenere. E allora verrà buono l’aforisma di John Kenneth Galbraith:«L’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire un po’ più rispettabile l’astrologia» .

 da Il Sole 24 Ore del 31.07.2015

© 2013 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473