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Le misure per il credito. I ritardi dell’Europa e la lezione americana

di Marco Onado

Il fondo Atlante creato per risolvere il problema dei crediti deteriorati delle banche italiane ha incassato il gradimento dei mercati e del Fondo monetario internazionale. Si tratta di una soluzione quasi obbligata quando il problema assume le dimensioni raggiunte in Italia per colpa di una recessione che non ha precedenti nella storia dell’intero dopoguerra.

La vera domanda è perché ci si è arrivati solo ora e perché si sono rese necessarie soluzioni tecniche che a qualcuno sembrano complesse o poco trasparenti. La risposta dovrebbe darla la politica europea, che prima ha chiuso la strada a qualsiasi soluzione comunitaria, lasciando che ciascun paese andasse per la propria strada, immettendo capitali pubblici a volontà nelle banche in crisi (a cominciare dalla Germania), poi, ha assunto un atteggiamento ultra-rigoroso nei confronti di iniziative nazionali che avessero solo il vago sentore di aiuti di Stato.

L’effetto netto è che oggi, dopo nove anni di crisi e dopo che le banche di tutto il mondo continuano ad avere problemi, la garanzia finale (il backstop) deve essere rigorosamente privato. Dimenticando non solo la storia delle crisi bancarie che insegna quanto importante sia sempre stato l’intervento pubblico, ma soprattutto che le banche americane sono uscite dalla crisi ben prima di quelle europee (ed oggi quotano il 30-40 per cento in più) grazie anche al fatto che fin dal primo stress test del 2009, il Tesoro americano annunciò che le banche in deficit sarebbero state costrette a ricorrere al mercato e in caso di insuccesso, ci avrebbe pensato lo zio Sam. L’Europa ha finora letteralmente mandato le banche allo sbaraglio: come nel film di Totò: Arrangiatevi.

In questa prospettiva, la richiesta italiana e francese di ampliare le capacità di intervento del Meccanismo europeo di stabilità consentendo ad esso di aprire linee di credito al fondo per la risoluzione delle crisi bancarie va nella giusta direzione perché finalmente sancisce il principio che senza un backstop comunitario i problemi di una crisi finanziaria così grave e prolungata non si possono risolvere.

Il fondo Atlante, diversamente dal mito, non deve reggere sulle spalle né il mondo intero né il sistema bancario italiano, ma consentirà di smaltire gradualmente i crediti in sofferenza e dunque di rassicurare i mercati sulla consistenza patrimoniale delle banche italiane. E soprattutto dovrebbe evitare che il problema diventi più grande: il Rapporto di previsione di Prometeia di marzo 2016 stima che – in assenza di interventi – le sofferenze sarebbero cresciute di 34 miliardi nel prossimo triennio, mentre le decisioni già prese dal Governo, in particolare la riduzione dei tempi di recupero dei crediti, avrebbero portato ad una riduzione di circa 7 miliardi. Tutto questo, naturalmente, senza tener conto del contributo di Atlante che non aveva ancora visto la luce al momento in cui il rapporto veniva redatto.

Prometeia mette in evidenza anche un altro aspetto importante: il grosso del problema viene dal settore delle costruzioni, in cui il rapporto sofferenze/impieghi è schizzato al 29,8 per cento (era il 5 per cento nel 2010), mentre nel resto delle imprese è molto più basso (18 per cento) e si è stabilizzato dal 2013.

La cattiva notizia è quindi che in controluce a questi dati si intravvedono troppi casi di credito concesso in modo inadeguato e senza neanche l’attenuante di un boom immobiliare eccezionale come quelli spagnolo o irlandese. La buona notizia è che le altre imprese e in particolare il settore manifatturiero, che è la spina dorsale del nostro sistema produttivo, sembrano aver ormai assorbito l’impatto della crisi e non rappresentano più una causa di peggioramento della rischiosità dei crediti. Un motivo in più per ritenere che Atlante possa essere considerato come la prima mossa verso la soluzione del problema principale che ha afflitto le banche italiane negli ultimi anni.

Ma non bisogna dimenticare che l’aggravarsi della crisi ha aperto nuovi problemi per tutte le banche mondiali e quelle europee in particolare. L’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria del Fondo monetario internazionale mette in evidenza con grande chiarezza che il problema non è solo quello dei crediti in sofferenza e tanto meno solo italiano. Non meno importanti sono le difficoltà in cui si dibattono le grandi banche globali francesi e soprattutto tedesche che hanno un capitale che è formalmente adeguato rispetto alle regole prudenziali, ma solo perché le attività ufficialmente rischiose sono fra un quarto e un terzo del totale contabile (contro la metà circa delle banche italiane e spagnole). Il che significa che le prime hanno attività per trilioni di euro che non pagano dazio quando passano da Basilea, ma che è difficile vedere come totalmente prive di rischio e quel che è peggio non producono neppure un flusso adeguato di ricavi. Il rendimento medio dell’attivo delle banche di investimento europee è di 0,39 per cento (0,25 per Deutsche Bank), contro 0,93 delle banche americane. Una distanza siderale che pudicamente il Fondo definisce un problema di modello di business, ma che indica chiaramente quanta strada debbano ancora percorrere tante banche europee per arrivare ad una condizione sostenibile di remunerazione del capitale.

Se l’avvio di Atlante contribuirà a spostare i riflettori dalle banche italiane ad altri e non meno gravi problemi strutturali delle banche europee, avrà già dato un contributo importante. Quello italiano sicuramente non era una pagliuzza, ma qualcuno ha un trave nell’occhio.

 da Il Sole 24 Ore del 15.04.2016

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