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L’analisi. Premio di risultato, esclusi artigiani e piccole imprese. Tutti i “buchi” della legge

Le norme impediscono a un lavoratore su due di ottenere il bonus

Niente benefici per chi ha meno di 15 dipendenti e nessun sindacato in azienda

 di Alberto Brambilla, presidente Itinerari Previdenziali

Milano «#ilpaesechenonva». È il titolo che potremmo utilizzare per descrivere uno dei limiti allo sviluppo e alla crescita del nostro Paese, (oltre al debito pubblico «monstre» che non mi stancherò mai di segnalare), costituito dalla complessità delle leggi composte da un esorbitante numero di articoli e pagine, che spesso oltre a non risolvere l’argomento per cui sono state scritte generano un ulteriore notevole contenzioso che alimenta un’altro problema: l’ingolfamento e l’inefficienza della giustizia. È il caso della legge n. 28 del dicembre 2015 (legge di stabilità per il 2016) sui «premi di risultato e welfare aziendale». Va detto anzitutto che si tratta di una iniziativa meritoria perché dopo più di 20 anni riprende un tema di vitale importanza sotto il duplice aspetto del miglioramento dei redditi dei lavoratori dipendenti e dell’aumento della protezione sociale nei settori della salute e dei servizi alla famiglia.

Ma c’è un però; anzi più d’uno! A) L’enorme numero di pagine, stimiamo oltre 200, sommando i commi da 182 a 190 dell’articolo 1 della citata legge, i richiami a numerose leggi (Tuir, Contrattazione collettiva ecc.), il Decreto del ministro del Lavoro di concerto col Mef del 25 marzo che ne dispone le modalità operative e, dulcis in fundo, le 38 pagine della Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 28E del 15/6/2016, che rispiega la norma facendo riferimento alle precedenti circolari della medesima Agenzia e ad altre leggi. Insomma per il povero artigiano o commerciante che vuole gratificare con i 2.500 euro netti i propri dipendenti, l’impresa diventa ardua. Inizia così il giro delle «sette chiese» tra commercialisti che rimandano ai consulenti del lavoro che rimandano all’ispettorato del lavoro, all’Inps e ad altri «santi» per capire cosa fare. B) E cosa si scopre? Che per tutte le imprese con meno di 15 dipendenti se non ci sono le rappresentanze dei sindacati maggiormente rappresentativi, che in genere non operano in queste piccole realtà produttive, non si può fare il contratto aziendale e quindi manca uno dei presupposti fondamentale per avere i benefici di legge. I contratti territoriali poco aiutano e così per circa la metà dei 12,5 milioni di dipendenti del settore privato non sarà possibile beneficiare dei 2.500 euro. Considerando poi che i dipendenti che hanno retribuzioni superiori ai 50.000 euro sono esclusi dai benefici di legge (francamente non si capisce il perché visto che il Governo continua a predicare che vuol premiare il merito) si deduce che la montagna ha partorito il topolino; uno sforzo enorme di riunioni, redazione delle norme e previsione di un insieme di controlli per evitare abusi per sei milioni di lavoratori su oltre 23 milioni. C) Ma non è finita qui perché per quelli che riusciranno a perfezionare gli accordi ci saranno poi le verifiche di Inps (perché sui premi di produttività non si versano i contributi), dell’Agenzia delle Entrate che ne verificherà la congruità, l’Ispettorato del lavoro che verificherà se i contratti sono stati fatti correttamente e se gli obiettivi a cui sono legati i premi di produttività sono stati raggiunti davvero, e così via.

Si scoprirà a posteriori, come successo per gli sgravi contributivi delle assunzioni con contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, che molti non ne avevano diritto per un qualche cavillo. E così l’imprenditore naviga a vista senza molte certezze. Sarebbe stato più semplice prevedere che tutte le imprese potessero devolvere ogni anno i 2.500 euro con un semplice accordo plurisoggettivo, esattamente come ho previsto per le adesioni collettive alla previdenza complementare, visto peraltro il peso del cuneo contributivo e fiscale sui salari e considerato che le somme destinate al welfare aziendale sono ferme da oltre 20 anni, sono complesse e spesso si prestano a abusi e quindi andrebbero riformate riducendo i costi a carico dello Stato. Semplificando la norma come descritto, si sarebbero risparmiati un sacco di soldi per l’esercito dei controllori, ispettori e avvocati e ridotto a zero il contenzioso, migliorati i consumi (più degli 80 euro) ma soprattutto si sarebbe sviluppato il welfare integrativo che da solo può creare posti di lavoro. Ora il Governo pensa di rilanciare nella prossima legge di stabilità il bonus sui premi di produttività attraverso semplici accordi tra datori e lavoratori. Intenzione meritoria perché in un sol colpo riduce il costo del lavoro per l’imprenditore, aumenta il salario in busta paga e grazie ai voucher (si spera semplificati), favorisce il welfare individuale e famigliare. Suggeriamo di tener conto della composizione delle aziende per numero di dipendenti e ci auguriamo che si faccia e che sia il più semplice possibile.

 dal Corriere della Sera del 28.08.2016

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