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L’analisi. Il nuovo regime forfettario per gli autonomi è un incentivo all’occultamento dei ricavi

di Dario Stevanato

Il “nuovo” regime forfettario è, a prima vista, una mera estensione di quello precedente; in realtà, l’innalzamento della soglia a 65 mila euro e la scomparsa degli altri requisiti di accesso (spese di lavoro dipendente e beni strumentali non eccedenti determinati importi) oltre ad allargare la platea degli interessati al regime ne modifica altresì la filosofia di fondo.

Il regime forfettario è stato in origine pensato per soggetti “minimi”, per dimensioni e assenza di struttura organizzativa. E il suo principale vantaggio consisteva non tanto nell’aliquota ridotta (15 per cento) rispetto a quella altrimenti applicabile a redditi comunque rientranti nei primi scaglioni Irpef, quanto nella semplificazione degli adempimenti fiscali e contabili e in una sostanziale franchigia dai controlli, data anche l’inapplicabilità degli studi di settore.

L’estensione disposta dalla legge di Bilancio modifica questa logica. Più che qualificarsi come un regime applicabile a soggetti marginali, quello forfettario diventerà in sostanza il nuovo regime “ordinario” degli autonomi, la cui vera spiegazione risiede nella volontà di concedere una cospicua fiscalità di vantaggio al “popolo delle partite Iva”, sottraendole alla progressività dell’Irpef. Se si considera l’ulteriore regime sostitutivo con aliquota al 20 per cento, applicabile dal 2020 a imprenditori e professionisti con ricavi compresi tra 65 e 100 mila euro, si ha la conferma del mutamento di prospettiva: non più una tassazione iper-semplificata rivolta a microimprese e soggetti marginali, bensì la nuova fiscalità applicabile, potenzialmente, all’80 per cento delle persone fisiche esercenti imprese, arti e professioni.

Le nuove misure di tassazione di imprese previste dalla legge di Bilancio determinano tuttavia conseguenze su cui forse il legislatore non ha riflettuto adeguatamente.

Anzitutto, è evidente che la previsione di soglie di ricavi, superate le quali vi è il rientro nell’Irpef ordinaria (o, per i forfettari, dal 2020 l’assoggettamento dell’intero reddito, e non solo di quello aggiuntivo, alla più elevata aliquota del 20 per cento), determina un forte deterrente alla produzione, causato da un’aliquota marginale superiore al cento per cento, oppure un altrettanto forte incentivo all’occultamento dei ricavi sopra soglia (come rilevato anche dall’ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui «in corrispondenza delle soglie emergono dei forti disincentivi all’incremento dei ricavi, che possono incentivare anche l’evasione»).

In secondo luogo, i nuovi regimi agevolati genereranno parcellizzazione produttiva, dissuadendo dall’esercizio di attività economiche in forma associata, con conseguenze distorsive sulla concorrenza dovute non solo al favorevole differenziale di tassazione ma altresì alla mancata applicazione dell’Iva a valle, nei rapporti con consumatori finali o soggetti che non detraggono l’imposta, potendo la stessa essere utilizzata per incrementare i ricavi o praticare prezzi più concorrenziali.

All’opposto, l’irrilevanza dei costi effettivi di acquisto (assorbiti dalla determinazione forfettaria del reddito) insieme all’indetraibilità dell’Iva a monte farà aumentare l’onere connesso all’acquisto di beni strumentali, ostacolando anche per questa via la formazione o il rinnovo delle dotazioni aziendali e in ultima analisi la produttività del lavoro.

Come conseguenza del fatto che i nuovi regimi di tassazione dipendono dall’ammontare di ricavi o compensi conseguito nell’anno precedente, e cessano di avere applicazione nell’anno successivo al superamento delle soglie, potrebbero poi aversi inattese ricadute: anche redditi milionari potrebbero infatti beneficiare delle aliquote ridotte, posto che il superamento delle soglie rileverà soltanto per la fuoriuscita dal regime agevolato nell’anno successivo ma non per la “revoca” di quello in corso.

Se sul piano dell’efficienza numerose sono le criticità, su quello dell’equità orizzontale i nuovi regimi di tassazione degli autonomi aggravano la “crisi” dell’Irpef, la cui progressività viene ulteriormente erosa apparendo ormai circoscritta, di fatto, ai soli redditi di lavoro dipendente e pensione.

da Il Sole 24 Ore del 27.12.2018

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