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L’analisi – Dai primi anni Novanta l’economia del Sol Levante langue per un fenomeno che ora spaventa l’Europa. L’Italia, la deflazione e la “sindrome giapponese”

Tutto costa meno, ma poi cadono i salari e si rischia la depressione. Il debito pubblico di Tokio era del 60% negli anni Novanta, ora è al 228% del Prodotto interno lordo

di Francesco Daveri

Per la prima volta dal gennaio 2009 il costo del paniere della spesa degli italiani è sceso per due mesi consecutivi, in settembre e ottobre. Nel mese appena chiuso il calo dei prezzi è avvenuto a dispetto del parallelo aumento dell’Iva dal quale ci si aspettava almeno una mini fiammata inflazionistica. E invece l’indice annuo in Italia è ormai ben al di sotto dell’uno per cento, in marcia verso lo zero. Come nel resto dell’Europa che non cresce.L’azzeramento dell’inflazione sembra una buona notizia. Veniamo da anni (il 2011 e il 2012) durante i quali il potere d’acquisto degli stipendi è stato ridotto da una crescita dei prezzi anche doppia dell’aumento dei redditi da lavoro. È quindi una tregua per le tasche delle famiglie italiane che vedono diminuire il costo del carrello della spesa, le tariffe delle utility e dei servizi telefonici.Non solo. Con il pane che arriva a costare 4,5 euro al chilo nelle grandi città e la benzina che non scende sotto 1,7 euro al litro, verrebbe da dire che un po’ di deflazione potrebbe essere persino positiva. Ma, come sanno bene i giapponesi, la deflazione non è la riduzione del prezzo del pane e della benzina. È la riduzione di tutti i prezzi. E il sollievo apparente e momentaneo ha una grave conseguenza: se le persone si abituano all’idea che domani potranno pagare meno un’automobile, una lavatrice o un trapano, il momento buono per acquistare non arriverà mai.La combinazione di concorrenza da parte dei Paesi emergenti e deflazione sarebbe un ulteriore colpo a ciò che rimane dei produttori di beni durevoli nell’industria italiana, dal settore automobilistico agli elettrodomestici. L’esperienza giapponese insegna anche che la discesa generalizzata dei prezzi non si ferma ai consumi ma nel tempo si trasmette ai costi alla produzione e ai salari. Se i negozianti saranno costretti a mantenere se non a diminuire i prezzi di fronte a consumatori poco propensi all’acquisto, di sicuro non concederanno aumenti ai loro fornitori, i quali a loro volta si rivarranno su dipendenti e impiegati. Con un ulteriore avvitamento al ribasso dei consumi. È così che la deflazione diventa depressione. Un rischio che stiamo correndo. Evitarlo non sarà facile. La tendenza alla deflazione, scrive il Wall Street Journal, è probabilmente insita in società anziane come quelle occidentali. La ricetta giapponese contro di essa, oggi definita Abenomics, dal nome del primo ministro giapponese Shinzo Abe, prevede di ravvivare la domanda inondando di liquidità, di denaro, il sistema economico. Una strada utilizzata dalle banche centrali è quella di acquistare titoli del debito pubblico. Aggiungendo a questo un incremento della spesa sociale. L’aumento di liquidità, se non si ferma nelle banche o viene dirottata dalle famiglie in risparmio, dovrebbe tradursi in un aumento della domanda di beni di consumo e di investimento che potrebbe controbilanciare la deflazione. Ma è stata una strada finora inefficace nel tirare fuori l’economia del Sol Levante dalla deflazione ventennale in cui è caduta dai primi anni ’90. In più la via giapponese è sostanzialmente vietata all’Italia, perché nell’eurozona è la Banca Centrale Europea e non la Banca d’Italia a stampare moneta e anche, ricordiamolo, perché l’Italia parte già da un rapporto del debito rispetto al Prodotto interno lordo (Pil) del 130 per cento. In Giappone era il 65% nel 1990. E oggi, dopo due decenni di politiche monetarie e fiscali super-espansive, ha raggiunto il 228 per cento.La via italiana contro la deflazione è dunque necessariamente più stretta e richiede un’Europa molto più disponibile. Paesi come la Germania, ma anche tutta la parte Nord del Continente devono accelerare la crescita agendo sui salari ma anche sulla leva delle tasse. Il cuneo fiscale è elevato in Italia e pure a Berlino. Una più rapida crescita dei redditi dell’Europa che cresce, potrebbe tradursi in maggiore domanda e maggiore inflazione di cui ha bisogno la zona Sud ancora in frenata.Pensare però che contro la deflazione possa bastare affidarsi agli altri è perlomeno ingenuo se non addirittura colpevole. A noi spetta avviare in tempi stretti quelle politiche nazionali che mirano a recuperare efficienza e produttività. Ulteriori rinvii sono oggi ancora più pericolosi di ieri.

 dal Corriere della Sera del 01.11.2013

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