News

Letture e approfondimenti per imprenditori (e non solo).

0

L’analisi. Da manifattura e costruzioni la spinta per la ripresa

di Marco Fortis

Gli ultimi dati economici deludenti sul Pil e sull’occupazione in Italia e nell’Eurozona hanno ridotto ormai a zero ogni speranza che il 2014 possa essere quell’anno di riscossa che soltanto fino a pochi mesi fa ancora ci si attendeva a tutti i livelli: dai centri di previsione più autorevoli ai governi dei maggiori Paesi incluso quello italiano, da Bruxelles alla Bce. La realtà per l’Area della moneta unica si è rivelata purtroppo assai diversa, anche a causa dell’imprevista complicazione degli effetti negativi indotti dalla crisi russo-ucraina. E per l’Italia, in particolar modo, la prospettiva è ormai nella migliore delle ipotesi quella di chiudere l’anno con una economia a crescita nulla o poco più, a patto però che l’ultimo trimestre sia molto buono.

La vera palla al piede del Pil in questo momento è costituita dagli investimenti: quelli in macchinari ed attrezzature infatti sono calati congiunturalmente dell’1,5% nel secondo trimestre mentre quelli in costruzioni dello 0,9%. È logico che sia così. Fintanto che i consumi privati non riprenderanno con maggior vigore, la produzione industriale nel suo complesso non aumenterà abbastanza e solo le imprese prevalentemente esportatrici avranno interesse ad investire perché quelle che producono principalmente per il mercato domestico sono prostrate e in forte eccesso di capacità produttiva. Mentre solo con uno stimolo mirato delle opere pubbliche e dell’edilizia privata i cantieri oggi dormienti potranno rimettersi in moto. Allo stato attuale, nel secondo trimestre 2014 i consumi degli italiani hanno aggiunto uno 0,1% al Pil mentre gli investimenti complessivamente gliene hanno tolto uno 0,2%. La via maestra per il Governo è dunque quella di sostenere la ripresa dei consumi interni (e attraverso essi anche della produzione e conseguentemente degli investimenti delle imprese) nonché quella di sbloccare l’edilizia che in un Paese come l’Italia (leader nella produzione di materiali da costruzione, componenti idrotermosanitari, materiali elettrici ed illuminotecnica, mobili, elettrodomestici) è un fattore assolutamente cruciale di crescita. Solo una netta ripartenza dell’industria manifatturiera e delle costruzioni nel settore privato e in quello pubblico può generare una adeguata scossa per la ripresa.

Non deve trarre in inganno il peggioramento della domanda estera netta nel secondo trimestre (con un contributo negativo alla crescita del Pil dello 0,2%). L’export italiano, infatti, non si è fermato, pur essendo cresciuto poco (+0,1%) a causa del generale clima negativo del commercio internazionale su cui hanno fortemente pesato i fattori geopolitici. Più che altro sono aumentate le importazioni (+1%), il che è normale in una fase di inversione del ciclo che anche se modesta può comunque indurre un aumento dell’import di materie prime e semilavorati e l’accumulo di scorte. Ma l’export resta una carta vincente dell’Italia, su cui puntare con decisione perché è una delle poche che possano dare una scossa alla crescita. Le crisi geo-politiche non dureranno in eterno, l’euro si è un po’ ribassato sul dollaro e le imprese esportatrici sono solide e non licenziano. Positivo quindi è il piano per il made in Italy a cui lavorano da mesi il ministro dello Sviluppo Guidi e il viceministro Calenda. Piano che punta non solo a rafforzare la nostra presenza sui mercati emergenti ma anche ad espanderla su quelli più consolidati: un caso per tutti quello degli USA dove le nostre imprese stanno già mietendo successi.

Lo scenario economico purtroppo è quello che è, come ha sottolineato ieri il Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. La crescita per l’Italia si materializzerà solo a piccoli passi e servono ancora molti sacrifici. A nostro giudizio, è evidente che sin qui i sacrifici li ha fatti soprattutto il settore privato (cittadini e imprese), a cui si deve il principale merito del grande avanzo primario statale che abbiamo conseguito. Servono ora più sacrifici da parte della macchina pubblica con la spending review che deve concretizzarsi in numeri precisi.

Gli sgravi alle imprese, le riforme di efficienza come quelle del lavoro e della giustizia civile, per altro verso, non potranno che stimolare gli investimenti esteri in Italia ed aumentare la potenza di fuoco della macchina manifatturiera esportatrice del made in Italy che non si è mai fermata. Un dato di straordinario rilievo è che nel primo trimestre 2014 per la prima volta il surplus commerciale dell’Italia con l’estero esclusa l’energia ha superato quello del Giappone, il che ci ha proiettati al quarto posto assoluto al mondo dietro Germania, Cina e Corea del Sud. Negli ultimi 12 mesi l’avanzo non energetico italiano resta quinto al mondo (con 114 miliardi di dollari) preceduto di poco da quello giapponese, ma l’exploit dell’ultimo trimestre resta per i nostri colori davvero storico.

Altrettanto significativo è il fatto che gli ultimi dati della Organizzazione Mondiale del Commercio indicano che la quota di mercato dell’Italia nell’export mondiale di manufatti è quella che ha tenuto di più tra i Paesi del G-7 dopo quella tedesca dalla nascita dell’euro sino al 2013. Numeri che confermano l’importanza di mettere saldamente al centro della politica economica italiana lo sviluppo dell’industria e che sono stati resi possibili soprattutto per merito dell’intraprendenza sui mercati mondiali del nostro nucleo di piccole e medie imprese. Di come rafforzare questo nucleo, all’interno del quale le medie imprese manifatturiere italiane spiccano anche per livelli di produttività nettamente superiori a quelle delle concorrenti tedesche e francesi, si parlerà in un Convegno al Mise il prossimo 9 settembre con la presentazione del Rapporto Ocse su “Le politiche per le PMI e l’imprenditorialità in Italia”. Verranno forniti al Governo italiano ulteriori spunti per generare, attraverso l’industria, una scossa positiva alla crescita economica.

L’industria in senso stretto sta facendo la sua parte anche sul piano dell’occupazione. Secondo i dati grezzi Istat, nel 2° trimestre 2014 essa ha creato 124mila posti di lavoro in più rispetto allo stesso trimestre del 2013 (+2,8%), mentre le costruzioni ne hanno distrutti 61mila (-3,8%) e i servizi 92mila (-0,6%). Senza un’inversione di marcia anche di edilizia e consumi il motore dell’economia non ripartirà.

 

Da Il Sole 24 Ore del 30.06.2014

© 2013 Studio Ragazzo-Pescari Professionisti Associati - All rights reserved. P.iva 01224480473