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L’agenda italiana. Meno Stato e meno tasse

L’azione di politica economica dell’Italia, dopo le parziali aperture emerse in sede Ue per una interpretazione più flessibile del Patto di stabilità e crescita, non può non fondarsi su misure forti per l’abbattimento del debito e progetti in grado di mobilitare risorse per lo sviluppo.

1 - Riduzione del debito. La premessa è che la via maestra per abbattere il debito è accrescere il potenziale di crescita dell’economia. Agire sul “denominatore” significa ridurre il passivo senza ricorrere a nuove manovre correttive con effetto depressivo. In sede europea e riforme alla mano, sul Fiscal compact va conquistato un timing più flessibile di rientro del debito. Ma l’Italia deve fare la sua parte con misure strutturali e una tantum, queste ultime tutte mirate a rimpolpare il fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. L’Esecutivo intende abbattere lo stock del debito pubblico (oltre 2.140 miliardi lo scorso aprile) con privatizzazioni e dismissioni di immobili pari allo 0,7% del Pil all’anno dal 2014 al 2017. Bisogna velocizzare e fare di più, estendere la portata delle cessioni degli immobili della Difesa e degli enti locali (il cui censimento è ancora incompleto) mettendo in moto un circolo virtuoso tra Invimit (la Sgr immobiliare del Tesoro), l’Agenzia del Demanio e la Cdp. Va allungata la lista delle società da privatizzare nei settori dove la mano pubblica rallenta la crescita con inefficienze, sprechi, eccessi burocratici, clientelismo. Oltre a Fs e Poste, guardare anche alla Cdp. Oltre a Enav e Fincantieri, colossi come Eni, Enel, le Reti. Vanno drasticamente tagliate le 8.000 partecipate pubbliche che producono perdite per 1,2 miliardi (fonte Cottarelli). Potrà servire un’operazione contabile per ridurre lo stock del debito fino a 50 miliardi: basterà trasferire all’Esm il debito dell’Efsf. Il debito/Pil italiano scenderebbe al 128% dal 135% circa quest’anno scomputando il contributo ai piani di salvataggio europei (50 miliardi) e il pagamento dei debiti pregressi della Pa (60 miliardi).

2 - Fisco più semplice, drastica riduzione del cuneo fiscale. Sul fronte fiscale la prima necessità è quella di dare piena e puntuale attuazione entro l’anno alla legge delega che è stata approvata dal Parlamento, rafforzando la politica di semplificazione degli adempimenti. Sul fronte dei controlli occorre una disciplina organica per l’abuso del diritto e rivedere le regole sui controlli per renderli il più possibile mirati. Si deve continuare con maggiore decisione nella riduzione del cuneo fiscale e dell’Irap che grava sulle imprese (per un corrispettivo di 10 miliardi): un segnale forte deve arrivare già dalla legge di stabilità. La copertura andrebbe individuata per 5 miliardi dal potenziamento della spending review nel 2015 (innalzandola da 17 a 22 miliardi) e per altri 5 dai proventi sottratti all’evasione fiscale e dal “dividendo” da spread (da quantificare nel corso del prossimo anno, nella fondata aspettativa che il differenziale con i bund tedeschi prosegua nell’attuale trend discendente).

3 - Lavoro più flessibile. Dopo le importanti novità introdotte con i contratti a termine senza causale, il Governo deve continuare nella linea di flessibilizzazione dei contratti a tempo indeterminato. Il Ddl delega di riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali dovrà garantire, entro fine anno, il varo dei primi decreti delegati. Il contratto unico a tutele crescenti non deve essere sostitutivo di tutte le forme contrattuali esistenti e deve contenere una componente di flessibilità che dia certezza al “costo di licenziamento”. Bisognerebbe mettere ordine e dare certezza agli incentivi alle assunzioni presenti oggi, soprattutto sul versante contributivo. Quello più “ricco”, per gli under 29, ha una dotazione finanziaria di 800 milioni a esaurimento. Finisce al più tardi nel giugno 2015. Andrebbero affiancati, inoltre, con forme di credito di imposta sia per nuove assunzioni che per la stabilizzazione dei rapporti di lavori a carattere temporaneo.

4 - Debiti Pa. Entro il 21 settembre, come promesso dal premier, vanno pagati i 60 miliardi di debiti arretrati della Pa: l’operazione ha aumentato finora lo stock del debito pubblico (concorrendo quest’anno fino a 35 miliardi di aste di titoli di Stato nel programma di emissioni lorde da 470 miliardi previsto dal Tesoro) ma migliorerà la crescita (il Mef prevedeva +0,2%, +0,7% e +0,3% di Pil per gli anni 2013, 2014 e 2015). Finora il percorso verso il saldo del monte debiti pregressi – 47 miliardi stanziati dai Governi Monti e Letta a cui si aggiungono i 13 del Governo Renzi – è andato troppo a rilento visto che secondo l’ultimo censimento di fine marzo scorso sono stati effettivamente pagati alle imprese 23,5 miliardi. Ma l’impegno dell’Esecutivo deve estendersi anche ai nuovi pagamenti su cui la Pa continua ad accumulare ritardi visto che in media impiega 180 giorni per saldare le fatture mentre le nuove regole Ue entrate in vigore nel 2013 prevedono che non si superino 30-60 giorni. Bisogna saldare i conti delle spese in conto capitale (Ance stima 19 miliardi di cui 7 pagati), penalizzate con le ultime destinazioni di fondi: è importante ottenere da Bruxelles lo scomputo di questi pagamenti dal calcolo del deficit.

5 - Industrial compact italiano. Si deve mettere a punto una strategia di politica industriale che rilanci l’innovazione e la manifattura. Il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca, approvato con il decreto Destinazione Italia, è ancora fermo: manca il decreto attuativo che stanzia i 600 milioni previsti. L’agevolazione andrebbe poi potenziata con più risorse, come era stato anche annunciato dal premier Renzi, eliminando l’attuale vincolo che limita il bonus agli investimenti incrementali su quelli dell’anno precedente. Vanno poi garantite le risorse per far girare a pieno regime gli sconti previsti, nella Sabatini bis e nell’ultimo decreto competitività, per l’acquisto di macchinari e attrezzature produttive. Bisogna attuare le misure di liberalizzazione del credito per favorire canali alternativi a quello bancario (assicurazioni, fondi, cartolarizzazioni, mini-bond), aumentando la potenza di fuoco del Fondo di garanzia. Misure di sostegno all’internazionalizzazione e al made in Italy e di attrazione degli investimenti in Italia.

6 - Fondi Ue, sblocca-infrastrutture, riforma appalti per semplificare. Bisogna cambiare marcia sulla spesa dei fondi Ue, che rappresentano la leva per rilanciare gli investimenti pubblici, tagliati del 35% dal 2009 a oggi, soprattutto al Sud. Per spendere 21 miliardi entro il 2015 senza perdere fondi è necessario dare poteri sostitutivi alla nuova Agenzia per la coesione e liberare dal patto di stabilità almeno 7 miliardi di cofinanziamenti Ue e altri 5,5 di risorse nazionali aggiuntive (stima Confindustria). Considerando anche il ciclo 2014-2020, ci sono in palio 170 miliardi. Più in generale, la realizzazione delle infrastrutture deve riprendere a correre, concentrando le risorse sulle reali priorità. Fondamentale la legge delega per la riforma del codice degli appalti con il recepimento delle regole Ue: semplificare le regole per tutti, evitando altre deroghe.

7 - Semplificazioni. Bisogna superare la politica delle piccole semplificazioni e affrontare i nodi dei poteri paralizzanti della burocrazia. Recuperare il silenzio-assenso per concerti, pareri e nulla osta tra le amministrazioni centrali presente nelle bozze del Dl riforma Pa e poi eliminata. Per l’edilizia eliminare pareri paesistici sui piccoli interventi, certezza della Scia con limitazione del potere di autotutela a sei mesi, semplificazione per gli interventi minori di sicurezza sismica degli edifici, rilancio degli sportelli unici.

8 - Riforma del Titolo V. La riforma costituzionale fondamentale per ridare spinta all’economia è la riforma del titolo V che negli ultimi dieci anni ha creato legislazioni-spezzatino ed enormi conflitti fra Stato e Regioni sulle competenze concorrenti (con l’intasamento della Corte costituzionale). Bene il ritorno allo Stato delle competenze esclusive su grandi opere strategiche nazionali infrastrutturali ed energetiche, ma bisogna impedire che restino a Regioni ed enti locali poteri amministrativi tali da paralizzare quelle opere strategiche. Sarebbe utile riportare allo Stato altre competenze che oggi soffrono dell’effetto-spezzatino: politiche attive del lavoro e competenze sul pubblico impiego.

9 - Giustizia civile. L’obiettivo di qualsiasi intervento sulla giustizia civile non può che essere il taglio della durata dei processi e il conseguente recupero di efficienza per affrontare e ridurre lo stock di arretrato. Vanno incentivate le soluzioni stragiudiziali, affidate per esempio ad avvocati e notai; potrebbe essere ripensato il sistema delle impugnazioni e introdotta l’esecutività della sentenza sin dal primo grado. Vanno incentivati i tribunali dedicati a categorie speciali di controversie come quelle societarie oppure quelle di famiglia e verificata sul campo l’efficacia del giudizio telematico.

10 - Pubblica amministrazione. La strategia del ricambio generazionale indicata nel decreto di riforma della Pa va nella giusta direzione. Ora si tratta di realizzare rapidamente i provvedimenti attuativi. La mobilità del personale pubblico deve contribuire al recupero di produttività dell’intero settore. Necessario restringere il perimetro di azione della Pa e chiudere parte delle 8mila partecipate. Sforzo per aumentare gli investimenti per digitalizzare il più possibile va esteso al massimo: bene il credito di imposta per le autostrade digitali.

 da Il Sole 24 Ore del 29.06.2014

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