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L’agenda del Governo. Meno tasse e più credito per tornare a crescere

di Guido Tabellini

La fine dell’anno è un’occasione per valutare il passato e formulare nuovi propositi. Per il governo Renzi, il bilancio del 2014 è positivo. Il governo era partito con un chiaro programma di politica economica e, bene o male, è riuscito a realizzarne una buona parte. I propositi del governo per il 2015, tuttavia, appaiono più nebulosi e meno convincenti.

A febbraio, chiedendo la fiducia alle Camere, il Presidente del Consiglio aveva indicato alcune priorità di politica economica: abbassare la pressione fiscale sul lavoro, e presentarsi al semestre europeo avendo avviato alcune importanti riforme, tra cui quelle della pubblica amministrazione e del mercato del lavoro. La legge di stabilità ha sostanzialmente mantenuto le promesse, con il bonus Irpef, l’abolizione dell’Irap sul lavoro, e gli sgravi contributivi sui neo-assunti. La riforma della dirigenza della pubblica amministrazione (PA) è all’esame del Parlamento, e contiene alcune importanti novità. E sul mercato del lavoro sono stati introdotti miglioramenti, aumentando la flessibilità in uscita per i neo-assunti ed estendendo la copertura dei sussidi di disoccupazione.

Su tutti questi provvedimenti sono stati fatti compromessi, che ne attenuano la portata. Il bonus Irpef sostiene il reddito disponibile, ma non serve a ridare competitività alle imprese. Nel 2015 la spesa pubblica è stata ridotta solo di circa 4 miliardi, e ciò ha costretto a compensare le minori imposte sul lavoro con aumenti di altre entrate. Gli sgravi contributivi sui neoassunti sono previsti solo per il 2015.

La riforma della PA riguarda solo la dirigenza, e sembra mancare la volontà politica di applicare le nuove regole sul lavoro anche ai dipendenti pubblici. Rimane un ruolo rilevante della magistratura nello stabilire il reintegro per i licenziamenti disciplinari (quelli su cui era più frequente il reintegro dopo la riforma Fornero). Ma la politica è l’arte del compromesso, e bisogna dare atto al governo che era difficile fare di più con questo Parlamento, e con una legge elettorale che impedisce le elezioni anticipate.

Se il bilancio del 2014 è positivo, non è solo grazie all’abilità politica del presidente del Consiglio e alla sua determinazione. Altri due fattori vi hanno contribuito: una visione lucida e corretta delle priorità di politica economica, e una recessione interminabile che ha indotto l’opinione pubblica a chiedere cambiamenti rilevanti.

Nel 2015 entrambi questi fattori potrebbero venir meno. Finalmente, salvo sorprese provenienti dalla Grecia, il prossimo anno dovrebbe vedere una crescita positiva. Non tanto per via dei provvedimenti attuati nel 2014, quanto grazie al calo del prezzo del petrolio, al deprezzamento dell’euro, al probabile avvio del quantitative easing della Bce, e alla forte crescita degli Stati Uniti. Ciò allenterà la pressione sul governo, e qualcuno potrebbe illudersi che il più è stato fatto. Con l’economia in ripresa, vi sarà anche la tentazione di tornare a votare, probabilmente non nel 2015, ma quasi certamente nel 2016. E un anno prima delle elezioni, la ricerca del consenso sarà un obiettivo più importante di qualunque altro.

Un contesto più insidioso per il governo dell’economia potrebbe comunque essere superato, se l’agenda di politica economica fosse chiara e convincente. Ma anche questo presupposto sembra mancare. La strategia del governo sembra avere soprattutto un obiettivo: chiedere più flessibilità all’Unione Europea per avviare un programma di investimenti pubblici da finanziare in disavanzo. Non è un obiettivo adeguato. Sia perché l’Europa non farà concessioni rilevanti. Sia perché non sono gli investimenti pubblici che cureranno i mali dell’economia italiana. Costatiamo quasi quotidianamente che gli investimenti pubblici alimentano la corruzione. Inoltre, i loro tempi di attuazione sono lunghi, tanto più se coordinati a livello europeo, e l’Italia ha bisogno di uno stimolo immediato alla domanda. Ma soprattutto, un Paese dove le entrate complessive dello Stato superano il 48% del Prodotto interno lordo nonostante una diffusa evasione fiscale, non può permettersi maggiori spese.

La vera priorità oggi in Italia è far scendere in modo rilevante la pressione fiscale, e ridurre il cuneo fiscale sul lavoro che grava sulle imprese. Anche dopo l’abolizione dell’Irap sul lavoro, servirebbero sgravi contributivi di oltre 30 miliardi per allinearci alla Germania. È per realizzare questo obiettivo che dovremmo chiedere flessibilità sul disavanzo, non per spendere di più. Ma per essere presi sul serio, dovremmo avviare subito un credibile programma di riduzione della spesa, da attuare in modo differito nel tempo per sostenere la domanda aggregata nei prossimi anni.

Una seconda priorità è far arrivare più credito al settore privato. Non può esserci ripresa senza un aumento dell’offerta di credito. Perché ciò accada, occorre rimuovere il macigno dei crediti deteriorati dai bilanci delle banche. L’asset quality review appena completata è un’occasione da non perdere, perché valuta con attendibilità l’attivo delle maggiori banche italiane. Come è accaduto in altri Paesi, la costituzione di una bad bank che raccolga i crediti deteriorati richiede però l’apporto di risorse pubbliche. Anche questo obiettivo dovrebbe essere prioritario rispetto agli investimenti pubblici.

L’elenco delle priorità di politica economica per il 2015 potrebbe facilmente continuare. Per realizzarle, il governo dovrà avere la lungimiranza e la determinazione che ha saputo dimostrare nel 2014. Ma questa volta sarà più difficile.

 da Il Sole 24 Ore del 30.12.2014

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