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La strada tracciata da Confindustria e BDI. Se la politica mette al centro l’industria europea per reagire a Usa e Cina

di Paolo Bricco

L’industria corre veloce. La politica segue. E si ispira correttamente alla prima. La politica industriale non è assistenzialismo. La politica industriale targata Ue – se declinata nella versione comunitaria autorevole e autonoma dai particolarismi nazionali– rappresenta una strategia. Non è una mano cieca che distribuisce soldi ai rottami industriali incapaci di navigare nei mercati internazionali. Esprime – a patto che non sia condizionata dalle pulsioni egemoniche di qualcuno degli Stati membri dell’Unione – una visione strategica e una prassi razionale di misure che servono a conferire solidità e forza innovativa alla base produttiva continentale, così che essa possa misurarsi con i concorrenti più aggressivi e spregiudicati, a partire dal capitalismo di Stato cinese e dalla manifattura americana stordita e esaltata dallo shock di Trump. Questo lo spirito e la sostanza di una linea tracciata insieme, a Bolzano e a Berlino, dalla Confindustria italiana e dalla tedesca Bdi.

L’Europa delle fabbriche è un organismo sempre più coeso. Questo organismo soffre periodicamente di aritmie e scompensi, ha qualche volta il fiatone e talvolta inciampa. La crisi del 2008 ha fiaccato diverse sue giunture – l’Italia ha sofferto molto – più di quanto non abbia fatto con altre (la Germania, ma non solo). Tuttavia, nel complesso la fabbrica comunitaria – dai grandi gruppi privati tedeschi all’economia semipubblica francese, fino ai distretti e alle medie imprese italiane – ha tenuto nei numeri e nei bilanci consolidati.

Adesso questa “Fabbrica Europa” sta cercando una nuova collocazione nelle mappe della tecno-manifattura e dei commerci internazionali, strappate e ricomposte dalla Grande Crisi e dai neo-protezionismi che desiderano cancellare con un tratto di gommapane l’ultima globalizzazione, venticinque anni di free trade e di deregulation.

L’appello dei cinque ministri dell’Industria alla Commissione per un maggiore impegno a difesa delle produzioni europee è, appunto, una strategia. Lo European Industry Day costituisce il giusto viatico per l’ipotesi di un Industrial Compact, il codice comunitario della manifattura complementare al Fiscal Compact. Tramite l’Industrial Compact occorre liberare quelle energie che vengono trattenute – e ricondotte alla disciplina dei conti – dal Fiscal Compact. I ministri dei cinque Stati europei lo hanno capito. E, prima di loro, in un virtuoso gioco di anticipo lo avevano capito la Confindustria e la Bdi, l’associazione di rappresentanza dell’industria tedesca.

Si legge nella dichiarazione congiunta formulata al sesto Business Forum, che si è tenuto a Bolzano il 13 e il 14 ottobre scorsi: «Facciamo appello ai nostri leader politici affinché adottino delle politiche più forti a supporto del rilancio economico e dell’occupazione. Auspichiamo un netto cambio di prospettiva nella definizione della politica economica». Una posizione di merito, dunque. A cui si aggiungeva anche una posizione di metodo: «Affinché le tradizionali politiche macro-economiche e strutturali siano efficacemente integrate da forti politiche industriali e per l’innovazione, è necessario il coinvolgimento attivo delle nostre comunità imprenditoriali. Noi, gli imprenditori dei due maggiori paesi manifatturieri dell’Unione europea, abbiamo il dovere di “dare la linea”».

La convergenza espressa dai vertici di Confindustria e Bdi, coerente peraltro con l’opera di sensibilizzazione attuata da Business Europe (la confederazione che raccoglie le singole associazioni imprenditoriali nazionali), appare ricalcare bene – a livello di posizione “politica” alta – il grado di interrelazione e di uniformità degli interessi dell’industria europea.

Basti pensare alla delicata questione del surplus commerciale tedesco, contro cui si è scagliato Trump. Il surplus non è soltanto il risultato di scelte di politica economica di Berlino e di comportamenti collettivi del popolo tedesco. È anche il risultato oggettivo di una osmosi ormai profonda dell’industria europea. Nel surplus commerciale tedesco si trovano tante cose. La Porsche monta freni Brembo. Giusto per citare un esempio paradigmatico del connubio fra grandi gruppi tedeschi e medie imprese italiane. L’1,5% del valore aggiunto contenuto nell’export tedesco è di matrice italiana. Il 3,3% del valore del valore aggiunto contenuto nelle esportazioni italiane ha matrice tedesca. Nel 2015, l’export italiano in Germania ha superato i 50 miliardi di euro. Fra 2008 e 2015, il tasso di crescita cumulato è stato dell’8 per cento.

Nel surplus tedesco, c’è anche molta Italia. Come, in Italia, c’è moltissima tecnologia tedesca. La combinazione è profonda. Non solo fra noi e i tedeschi. Lo è in tutte le componenti dell’industria europea. Serve una politica industriale per rendere tutto questo più efficacemente irreversibile.

 da Il Sole 24 Ore del 28.02.2017

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